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Il riminese chimico capo del Ministero della Guerra, già eroe dalla prima guerra mondiale, responsabile degli esplosivi durante il secondo conflitto, era zio di Giorgio Cetera, che ne raccontò il ruolo

Oltre dieci anni fa Manlio Masini mi chiese di intervistare Giorgio Cetera sullo zio materno Antonio Valmaggi, medaglia d’argento nella Prima Guerra Mondiale. Parlai a lungo con lui e, esaurito l’argomento relativo alle vicende della Grande Guerra, che poi riportai in un articolo pubblicato su questa rivista[i], lo stesso Cetera mi intrattenne in merito alle vicissitudini dello zio durante la Seconda Guerra Mondiale.

Presi appunti ma mi ripromisi di ritornare per un secondo articolo: tuttavia per le occupazioni di lavoro e altri impegni rimandai questo secondo incontro finché purtroppo Giorgio morì un paio di anni dopo e perciò archiviai quelle note.

La storia a volte riserva sorprese e, leggendo l’articolo di Lisetta Bernardi mi sono tornate alla mente quelle notizie che sommariamente avevo raccolto.

In base al racconto di Cetera infatti Valmaggi nel primo dopoguerra aveva conseguito una laurea in chimica ed era stato assunto in una fabbrica di esplosivi a Venezia e poi in altre a Roma dove poi stabilì la propria residenza. Notato per la sua abilità, gli fu offerto un impiego al Ministero della Guerra nel campo sugli esplosivi, ove divenne chimico capo. Cetera aggiunse che si era occupato – quando le sorti del conflitto per l’Italia ormai facevano pensare al peggio – di trasferire esplosivi depositati in una galleria ferroviaria a Ponte Verucchio che sapeva inutilizzata e quindi adatta. In effetti erano notizie molto interessanti ma anche poco note dato che non conoscevo all’epoca nessuno che ne avesse mai fatto menzione[ii].

Valmaggi era in una posizione delicata e particolarmente importante quando con l’armistizio dell’8 settembre e la creazione della Repubblica Sociale, le autorità fasciste gli imposero di trasferirsi al Nord data l’importanza del suo ruolo soprattutto in relazione alla dislocazione degli esplosivi. Il suo trasferimento coatto avvenne con un pullman militare che si fermò la notte a Riccione. Antonio, uomo di grande carattere come si era già rivelato nella prima guerra mondiale, non intendeva aderire al nuovo regime e scappò durante la sosta per rifugiarsi a San Martino Montelabbate: poiché era laureato anche in Farmacia, con grande abilità riuscì a dimostrare di essere un farmacista sammarinese. La sua nuova posizione gli diede anche facoltà di ottenere un lasciapassare che utilizzò per venire a Rimini, con grande coraggio essendo ricercato dai repubblichini, fino all’agosto 1944, quando peraltro vide anche il patibolo dei Tre Martiri; riparò poi definitivamente a San Marino per sfuggire alla tragedia del passaggio del Fronte. Qui diede consigli sulle modalità dello sminamento del territorio della repubblica, come emerge dalla corrispondenza con Ezio Balducci.

Nel dopoguerra, Valmaggi riprese il proprio incarico presso il Ministero della Difesa italiano, venendo spesso a Rimini dove aveva alcuni amici tra cui Italo Roberti e mostrò sempre affetto nei confronti del nipote Giorgio Cetera che ospitò a Roma in occasione delle sue gare di nuoto, come ha raccontato Enzo Pirroni[iii].

Da sinistra Antonio Valmaggi, Giorgio Cetera e Italo Roberti

[i] A. Montemaggi, Il riminese che non ebbe paura in «Ariminum» Luglio Agosto 2014, p. 23

[ii] In verità Lisetta Bernardi mi ha segnalato che la presenza di esplosivi a Verucchio era stata menzionata anche da Augusto Stacchini, in La decima vittima, Verucchio, 2011, opera che all’epoca non conoscevo. Stacchini riprese poi l’argomento più approfonditamente in Veleni. In Valmarecchia la guerra uccide ancora, San Marino, 2015

[iii] E. Pirroni, Da atleta a veterinario in «Ariminum» Marzo Aprile 2010, p. 32