Alle ore 19 e trenta del 20 settembre 1944 il generale tedesco Heinrich von Vietinghoff-Scheel legò indissolubilmente il proprio nome a Rimini.

Per fermare gli Alleati sulla Linea Gotica il maresciallo Albert Kesselring aveva disposto sul settore adriatico, di fronte all’8ª armata inglese, la 10ª armata di von Vietinghoff, che includeva fra l’altro la 1ª divisione paracadutisti chiamata “Diavoli Verdi” per la loro strenua difesa di Monte Cassino.

Quando il 20 settembre 1944 l’offensiva degli Alleati a San Fortunato fece presagire la caduta di Rimini, Kesselring era determinato a dimostrare a Hitler che comunque non avrebbe ceduto: il piano era quello di trasformare la città in una roccaforte da espugnare casa per casa e nello stesso tempo base per colpire ai fianchi i canadesi ormai giunti a Spadarolo.

Ed ecco allora la telefonata delle 19 e trenta: von Vietinghoff riteneva assurdo sacrificare una punta di diamante dell’esercito tedesco in un’operazione senza speranza e senza un vero valore strategico:  perciò dovette persuadere il suo diretto superiore dell’insensatezza della manovra.

Per Rimini, già un cumulo di macerie[1], sarebbe stata un’agonia senza fine che avrebbe prolungato le distruzioni e la guerra nel territorio forse anche per mesi, come avvenne a Monte Cassino.

Ma von Vietinghoff, con molta diplomazia e qualche bugia, riuscì a convincere Kesselring il quale, alla fine della lunga telefonata, acconsentì alla ritirata delle forze germaniche dietro il fiume Marecchia e i “Diavoli Verdi” lasciarono Rimini senza combattere.

Si era così evitato alla città il destino di diventare una seconda Stalingrado e di subire ulteriori distruzioni: si apriva invece la porta alla sua liberazione.

Quando nell’ottobre 1944 Kesselring subì un grave incidente stradale, Von Vietinghoff assunse il comando di tutte le forze in Italia; egli sostenne che in tale occasione attenuò sensibilmente la durezza delle drastiche disposizioni emanate dal suo predecessore verso la resistenza con le relative rappresaglie[2]. Vietò inoltre le azioni di arruolamento forzato e di deportazione della popolazione italiana, scontrandosi con le SS tanto che Himmler lo accusò di non aver osservato un ordine di Hitler: ciò nonostante il generale non cedette e mantenne il divieto.

Nel gennaio 1945 Hitler destinò von Vietinghoff nuovamente in Russia dove fino a marzo 1945 comandò il gruppo di armate tedesche in Curlandia, un distaccamento molto agguerrito che avrebbe resistito fino alla fine della guerra.

Il 10 marzo 1945 von Vietinghoff fu rimandato nuovamente in Italia a comandare tutte le forze tedesche e continuò con la sua politica più morbida rispetto a Kesselring diramando una circolare con la quale disponeva che i partigiani dovessero essere considerati nemici e non banditi[3].

Successivamente seguì le trattative per la resa delle forze tedesche in Italia e inviò il suo delegato von Schweinitz a Caserta il 29 aprile per la firma.

Risparmiò all’Italia l’adozione del piano di Hitler di fare dell’Italia “terra bruciata”: von Vietinghoff rifiutò deliberatamente di eseguire l’ordine del capo del nazismo che prescriveva la distruzione dei porti di Genova, La Spezia e Trieste (il porto di Fiume, non posto sotto il suo comando, fu invece demolito), delle industrie pesanti, delle dighe, delle opere idrauliche e degli impianti elettrici; per essere sicuro di essere ubbidito dai suoi sottoposti il generale ritirò al Brennero tutte le truppe addette alle demolizioni. Fece altresì sapere ai capi dei partigiani che se i soldati tedeschi non fossero stati attaccati durante la ritirata, egli si sarebbe astenuto da distruzioni e rappresaglie.

Von Vietinghoff si oppose anche all’eliminazione decretata da Himmler di oltre centotrenta importanti ostaggi[4], tra cui Leon Blum: li mise sotto la sua protezione prima a Villabassa poi al Lago di Braies, facendo arrestare i funzionari della Gestapo e ordinando che le SS non si avvicinassero ai luoghi fino alla liberazione da parte degli Americani[5].

Kesselring, appena divenuto nuovamente superiore di von Vietinghoff, il 29 aprile 1945 lo destituì e dispose il suo arresto, ma la morte di Hitler il 30 aprile e la ferma decisione degli alti ufficiali tedeschi di arrendersi agli Alleati resero l’ordine senza effetto. Ciò consentì agli angloamericani di penetrare velocemente in Friuli mentre i Tedeschi tenevano fermi gli Jugoslavi a Opicina, evitando così l’invasione comunista della regione anche se l’indecisione degli Alleati consentì l’occupazione di Trieste da parte di Tito.


[1]    Le macerie costituiscono un riparo assai migliore di in edificio prima della sua distruzione (Fridolin von Senger und Etterling in Basil H. Liddell Hart, Storia di una sconfitta, Milano, Rizzoli, 2002)

[2]    Heinrich von Vietinghoff-Scheel, La fine della guerra in Italia, Valdagno, Lyons club Valle dell’Aglio, 1997, pag.77; sebbene alcuni autori mettano in dubbio questo fatto, altri tuttavia sottolineano che nel periodo di comando di von Vietinghoff le uccisioni di civili diminuirono sensibilmente.

[3]    Bruno Maida, Prigionieri della memoria: storia di due stragi della liberazione, Milano, Franco Angeli, 2002, pag.63

[4]    Si trattava di importanti persone di diversa nazionalità tenute in ostaggio da Hitler, tra cui Léon Blum, ex presidente del Consiglio dei ministri di Francia, Kurt von Schuschnigg, già cancelliere austriaco, Vassili Vassilievic Kokorin, nipote di Molotov, Hjalmar Schacht, ex presidente della Reichsbank e ministro dell’Economia, Mario Badoglio, figlio del maresciallo Pietro Badoglio, i congiunti del colonnello von Stauffenberg, autore dell’attentato a Hitler.

[5]    Secondo la testimonianza del colonnello Boguslav von Bonin, uno degli ostaggi in quanto ufficiale che aveva contravvenuto ad un ordine di Hitler, von Vietinghoff assicurò che non avrebbe mai permesso l’uccisione di civili innocenti sotto la sua giurisdizione, aggiungendo che avrebbe provveduto subito ad inviare in soccorso un contingente dell’esercito per sottrarre gli ostaggi alle SS, come poi effettivamente avvenne (Triangolo Rosso, Periodico dell’Associazione nazionale ex deportati politici (ANED) e della Fondazione Memoria della Deportazione, 1-2 Maggio 2006, pag. 6)