Le coinvolgenti memorie di Wladimiro Quadrelli.
Una straordinaria narrazione delle vicende di un giovane nel turbinio della guerra e della ricostruzione
È stata una piacevole scoperta il libro Rimini, la guerra, la famiglia, il mare di Wladimiro Quadrelli (AIEP Editori, 2026, 126 pp.) che tocca un argomento che mi ha sempre affascinato: l’educazione di un giovane in un periodo straordinariamente difficile che costringeva gli studenti ad avere mille risorse per continuare a proseguire verso la strada di un lavoro desiderato. Se pure la famiglia riveste una fondamentale importanza, la scuola, per quanto sospesa durante il periodo del conflitto nel nostro territorio, rappresenta un vero e proprio filo conduttore.
Ho conosciuto in passato Quadrelli per motivi professionali e avevo intuito, al di là di un’apparente scorza, una grande sensibilità: un giorno lo incontrai con mio suocero, quel Giorgio Bagli con cui studiò, si diplomò (come ci rivela nel volume) e iniziò a lavorare (ma questo non è scritto nel libro). Wladimiro si sciolse nel ricordare con l’amico dell’adolescenza quando, agli inizi degli anni cinquanta, con una sola Vespa prestata da non ricordo chi, andavano a lavorare. Tempi durissimi, di grandi privazioni, ma erano i tempi della gioventù, tempi che con l’avanzare degli anni diventano sempre più mitici.
E quante tempeste fino a quel momento poi avevano attraversato! Gli aneddoti narrati sono numerosi, le narrazioni dei pericoli continue e tutto visto da un adolescente che è rimasto con gli stessi occhi fino a 95 anni. Mi ha stupito specialmente l’abilità nel rappresentare particolari, come la capacità di riconoscere in anticipo gli aerei che venivano a bombardare o gli incredibili disagi sopportati nelle gallerie sammarinesi, oppure i rapporti con i soldati alleati nella Riccione liberata: gli episodi, che l’autore chiama “briciole”, a volte paiono di minore importanza, ma sembrano accaduti ieri per la spontaneità del racconto.
Il periodo successivo alla liberazione ha un fascino particolare perché, per comprensibili motivi, mentre i ricordi del passaggio del fronte sono stati tanti e raccolti da tanti, invece le memorie del “dopo” sono più lacunose, perché i protagonisti, per una sorta di pudore dovuto alla falsa idea che fossero fatti di minore importanza, le hanno molto spesso tenute per sé. Troppe volte ho chiesto a mio padre, ma anche ad altre persone che avevano contribuito alla rinascita di una città distrutta, di narrare questo “dopo”, ma poco ne scaturiva.
Quadrelli ha voluto sfidare il tempo e la memoria: se riveste grande importanza la sua vita durante il conflitto che insanguinava queste terre, mi ha affascinato la parte in cui ci racconta come affrontò, insieme alla sua famiglia, un paesaggio di distruzione con la speranza e la fiducia in un futuro di ricostruzione e di progresso. Ne emerge un periodo di grande solidarietà e di generosità nei confronti di chi era stato più sfortunato, di continui accorgimenti per sfruttare le poche possibilità offerte da un territorio devastato e l’abbondanza dei rifornimenti degli Alleati rispetto alla carenza di ogni bene materiale della popolazione.
È un’opera semplice, onesta e sincera in ogni parte, ma che si legge tutta di un fiato: dopo un’affettuosa dedica al compianto cognato Elio Verdinelli che tocca per la sua umanità, con poche pennellate Wladimiro ricostruisce un mondo ormai perduto ma ancora vivo in molti che hanno appreso dai loro cari quanto dura è stata la giovinezza di 80 o 90 anni fa. Soprattutto offre a tutti un eccezionale esempio di come a 95 anni si possa ancora essere in grado di raccontare tante “briciole”.
Ariminum, agosto settembre ottobre 2026
