Perché ricordare Elisa Mini Imola oggi? Una domanda forse meno oziosa di quanto possa sembrare. In fondo si tratta di una donna vissuta qualche decennio fa, poco nota sebbene a lei sia stato intitolato un percorso ciclo pedonale nel parco F.lli Cervi. Il motivo è che la sua vita è la storia di una persona comune che ha vissuto i propri ideali con fermezza, senza indietreggiare di fronte ad un potere spietato e ai forti rischi che poteva correre. Elisa ha resistito: ha resistito all’ingiustizia, alla prepotenza, alla paura, alle minacce, alle tragedie familiari; ha compiuto il proprio dovere, quel dovere che Mazzini volle riassumere come imperativo di una persona per bene: che scopo della vita è di «rendere sé stessi e gli altri migliori – che il combattere l’ingiustizia e l’errore a beneficio dei loro fratelli, e dovunque si trova, è non solamente diritto, ma dovere: dovere da non negligersi senza colpa – dovere di tutta la vita». E ciò reso più difficile dal fatto di essere una donna: proiettati all’oggi, ci dimentichiamo dello ieri e se una donna gode ora di diritti inimmaginabili un secolo fa, sebbene certamente ci sia da percorrere ancora molta strada, sembra tuttavia che questi stessi diritti siano sempre esistiti: non ci ricordiamo che in Italia fino al 1946 non vi era per le donne possibilità di voto. Come abbiamo già notato1, anche la storia è improntata ad un visione che spesso minimizza il ruolo femminile; anche se probabilmente molti storici hanno privilegiato l’azione dell’uomo per inveterata abitudine più che per volontaria discriminazione, tuttavia questo è l’esito: una sostanziale sottovalutazione della donna.

Elisa Mini era nata a Rimini nel 1906, abitante in quella parte della città reietta dalla Rimini bene che era il Borgo San Giuliano; terra di anarchici, socialisti e anticlericali, da sempre trascurata e perciò additata quale esempio di luogo degradato, da purificare in qualche modo: desiderio questo sia di un uomo di destra come Pietro Palloni, sia di un uomo di sinistra come Giancarlo De Carlo. Nel 1926, a vent’anni, si sposò con Romeo Imola, un muratore che, nella sua povertà, aveva però una profonda fede nel riscatto dell’uomo rispetto ad una società dove il benessere era appannaggio di pochi agiati detentori del potere. In un ambiente così, Romeo aveva abbracciato l’idea anarchica, ribellione verso uno Stato che proteggeva i prepotenti e perseguitava i deboli.

Come ricorda la nipote Ivana Imola, il matrimonio fu felice per pochi anni: nacquero 5 figli ma due morirono in tenera età; il maggiore era suo padre Giuseppe, detto Saverio, poi Leo e Rita, chiamata Galliana che, tuttora in piena salute, ha voluto rammentare qualche episodio della vita della madre.

Il fascismo imperante non dava tregua ai dissidenti: agguati e percosse non mancarono a Romeo e le difficoltà economiche erano enormi per chi, pur perseguitato, non intendeva cedere e prendere la tessera del fascio. Elisa tentò pure di salvare il marito quando, nel 1936, vennero a prenderlo, indicando un altro al suo posto per dar modo a lui di fuggire: ma ciò fu vano e Romeo, che subì anche torture, andò al confino a Ventotene piuttosto che abiurare l’anarchia. Il fratello Leo fu condotto dai Salesiani e Galliana, che non aveva che un anno e non conobbe mai il padre – un trauma che la segnò per tutta la vita – fu inviata dalle autorità a San Marino nel convento di clausura dove rimase fino al giugno 1944. Gli incontri erano rari perché proibiti e la madre e il fratello riuscivano a vederla solo sporgendosi al di sopra di un muro. Ventotene purtroppo fu fatale a Romeo perché vi morì nel 1940, senza aver potuto rivedere la famiglia: quell’isola non era certo una villeggiatura ma un luogo di durissime privazioni e di controllo costante, con punizioni al minimo sospetto. Elisa aveva 34 anni ma la tragedia della morte del marito e l’allontanamento dei figli non la demoralizzarono: con un forza d’animo ammirevole, in bicicletta andava a lavorare alla mattina a Cesena presso l’Arrigoni e tornava la sera. Galliana ricorda come la madre, in quelle pochissime volte in cui poteva stare con lei, insistesse sull’importanza dell’istruzione: leggeva sempre e si informava continuamente dei fatti politici, un «vizio» che non perse mai.

La caduta del fascismo, nonostante l’occupazione tedesca dell’Italia, ridiede coraggio e speranza a chi aveva dovuto sopportare angherie per tanti anni: Elisa vide perciò nella Resistenza il momento per agire, anche questa volta senza timori: forse quei pochi anni trascorsi con il marito le avevano dato la forza di portare avanti quell’idea di antifascismo per cui Romeo aveva combattuto, sofferto e ne era morto. E a ciò si deve aggiungere la naturale cura di una mamma nei confronti dei figli rimasti orfani del padre, procurando loro cibo e protezione: perciò, ancora di più, la sua azione era ardua rispetto a quello degli uomini. Ciò che stupisce è la totale assenza di paura: Elisa assecondava il suo imperativo morale senza deflettere e correndo rischi continui, ma sempre con determinazione. Divenuta staffetta partigiana, si prese l’incarico di portare armi e munizione ai resistenti. Galliana racconta che spesso trasportava bombe a mano, nascoste sotto biscotti da lei stessa preparati; si avvicinava impavida ai soldati tedeschi, i quali la ringraziavano per qualche dolcetto offerto, e poi la lasciavano passare. Sarebbe bastato un minimo sospetto o un controllo della borsa per decretare la morte di Elisa. Lo stesso figlio maggiore Saverio, diciassettenne, prese la decisione di unirsi ai partigiani della 29ª brigata Garibaldi.

Con il passaggio del fronte la vita si fece sempre più dura, i bombardamenti proseguivano ininterrottamente: eppure anche in questa occasione Elisa dimostrò l’attaccamento ai suoi ideali: quando un aereo americano cadde, i piloti furono da lei salvati. Non li condannò perché portavano distruzione ma li protesse perché portavano la fine dell’occupazione e del nazifascismo. Li condusse nella propria casa e li nascose istruendo i bambini a dire che erano i loro zii; quando poi furono liberati, gli stessi piloti scrissero sul muro la loro riconoscenza verso Elisa2. Nilde Jotti la volle una volta accanto a sé come esempio di donna della Resistenza. Del resto, ancora oggi, per chi ricorda – oppure ha letto – quale fu la durezza della vita nel 1944, appare quasi stupefacente che, nonostante le enormi difficoltà per proteggere i figli, una donna avesse il coraggio di sfidare la morte per salvare la vita di uomini e nello stesso tempo i propri ideali3.

«Quando ci si accingerà a scrivere la storia delle Donne che più attivamente agirono in seno alla Resistenza, si cercheranno invano i loro volti, se ne indagheranno invano i nomi negli Archivi politici e privati poiché nei lunghi e lancinanti periodi dell’angoscia esse chiesero, al di là di ogni calcolo particolaristico, soltanto di battersi e di dare il loro contributo per le fortune avvenire della Patria. Strappare i loro nomi ai silenzi del tempo, stabilirne la entità dell’apporto è compito assai arduo, chè esse non sono entrate nella lotta individualmente ma come avanguardia nutrita e cosciente, sollecitate da un interiore bisogno di verità, stimolate dal desiderio di chiarire secolari problemi, portando la semplicità e l’eroismo del popolo». Sara Croce, Le Donne nella Resistenza in «Resistenza», 25 Aprile 1964, Numero unico.

Note

1 Si veda Andrea Montemaggi, La calda estate del ’44 nella memoria femminile in «Ariminum» luglio agosto 2020, pp.14- 16

2 Questo ringraziamento, non subito compreso da Elisa che non conosceva l’Inglese, fu uno dei fatti che determinò il riconoscimento ufficiale dei suoi meriti.

3 Desidero ringraziare Rita «Galliana» Imola per la sua preziosa testimonianza e Ivana Imola, Cecilia Franchini e Julko Albini per il loro aiuto nel ritrarre la figura di Elisa Mini

Ariminum, gennaio – febbraio 2022, pp. 40-41