Venti furono gli studenti del “Regio Istituto Tecnico” riminese che caddero durante la Grande Guerra

Nelle loro lettere solo pensieri per la Famiglia, la Patria e la Vittoria

Cartolina postale emessa della Sezione di Rimini “Pro Orfani di guerra”

“Dormi sepolto in un campo di grano, non è la rosa non è il tulipano, che ti fan veglia all’ombra dei fossi, ma sono mille papaveri rossi” cantava Fabrizio De Andrè ricordando Piero, un “milite ignoto”, simbolo di tanti giovani caduti.

E venti di questi Piero li ebbe anche una scuola di Rimini, il Regio Istituto Tecnico “Roberto Valturio”, quando cent’anni fa un evento straordinario sconvolse la placida vita dell’Europa: una guerra di dimensioni mai viste interruppe un lungo periodo di “quasi” pace per larghe parti del continente. Gli echi della Terza Guerra d’Indipendenza si erano esauriti e dopo il fatto simbolico più che militare della conquista di Roma si erano sopiti gli animi più bellicosi: alla poesia stava seguendo la prosa, anche se non tutti erano soddisfatti.

Ora però la guerra, la Grande guerra appena scoppiata, modificava completamente l’esistenza del paese, il quale aveva di fronte una scelta drammatica: l’Italia doveva combattere o preferir la neutralità? Il grande dilemma attanagliava tanti uomini politici, anche di opposti schieramenti: avvennero molto spesso rivoluzioni di opinioni e sconvolgimenti di idee, e l’esempio più noto è Mussolini. In questa atmosfera di roventi polemiche, di discorsi infiammati, di reciproche accuse, molti sentivano il dovere di prendere una decisione; tra i molti c’erano anche gli studenti, tra gli studenti c’erano anche gli alunni del “Valturio”, una scuola di origine quasi centenaria ma rifondata nel 1906 per forgiare i tecnici della nuova società che credeva nel progresso e in un futuro radioso per l’umanità. Purtroppo non tutti quelli che partirono per andare a combattere tornarono, e venti di questi giovani studenti finirono la loro esistenza troppo presto.

Terminata la guerra, il 24 maggio 1924 la scuola volle celebrare i suoi caduti, un rito collettivo e laico per rinsaldare la coscienza della nazione; si ricordarono, con una cerimonia ed una lapide, non solo le loro gesta ma anche la loro umanità.

Una domanda che spesso sorge spontanea è quale fosse lo stato d’animo di questi giovani, improvvisamente distolti dalla vita familiare e proiettati nelle lugubri trincee. Sarebbe tuttavia fuorviante ragionare con la mentalità di questo tempo ed applicarla sic et simpliciter a cento anni fa; sarebbe altresì antistorico: tralascerebbe tutto il contesto, gli stati d’animo, la cultura e, perché no?, anche la propaganda, così potente anche se primordiale. Non si potrebbe capire D’Annunzio, non si potrebbero capire le “radiose giornate di maggio”, non si potrebbe capire la guerra “igiene del mondo”. La risposta quindi può essere data solo intuendo le idee di questi caduti, come emergono dalle loro lettere, declamate in occasione delle celebrazioni.

Dalla lettura di esse si percepisce un afflato che potrebbe sembrare retorico se non fosse che quei sentimenti erano davvero vissuti da chi li esprimeva mentre rischiava la morte ogni giorno. Due erano i temi costanti nei loro pensieri: l’idea della Patria e della vittoria, che costituivano un motivo talmente forte che ognuno metteva in gioco per essi la vita.

E l’altro filo conduttore era il profondo legame con i genitori. Si prenda ad esempio Nicola Carletti: il 27 marzo 1916, pochi momenti prima di andare all’assalto di una trincea che avrebbe poi preso la sua vita, scriveva ai genitori che li ringraziava “di averlo cullato ed educato nel santo amore della Patria”.

Esaminando il contenuto di queste lettere si nota poi che in particolare la figura materna appare come una presenza costante ed imprescindibile: il pensiero dei giovani soldati è rivolto sempre alla mamma. Grande tenerezza esprimeva Paolo Guidi, il quale partì volontario fin dal 19 maggio 1915 ed attese sul confine la dichiarazione di guerra: combattente valoroso, non ebbe però il coraggio di affrontare la madre e scrisse al padre: “Quando riceverai questa mia sarò già partito… Vedi di persuadere la mamma. Con te parlo chiaro mentre con Lei non è possibile. Coraggio dunque gran calma”. Colpito a morte affidò il suo ultimo saluto a chi stava al suo capezzale: “bacia per me i miei genitori e la mia mamma, che ha un figlio solo e lo deve perdere. Io sono contento di morire perché muoio per la grandezza della Patria”.

Giustino Verzulli, anch’egli volontario, scrisse: “Iddio ti possa rendere felice, o mamma, e tranquilla; Iddio possa dare a me la consolazione di vederti in cielo. Conservo gelosamente i tuoi ricordi religiosi, quei ricordi che parlano di te, della tua bontà, del grande affetto per me”.

Francesco Maganzini, mobilitato per il fronte, desiderava consolare la madre: “Per te, o mamma, è purtroppo una brutta notizia sapere che io passo alla mobile, ma vedrai che saprò fare onore alla memoria del povero papà e tornerò coperto di gloria e di alloro: così tu mi vorrai più bene e ti farò dimenticare ciò che adesso hai passato per me”.

Particolarmente struggente è il ricordo della morte di Fortunato Sertori, in una lettera scritta da un ufficiale suo commilitone alla madre: “All’alba [del 15 maggio 1918] il figliol suo volava ai celesti colpito al cuore da scheggia di bombarda nemica. ‘Mamma!’ – disse – e gli occhi al cielo volgendo diede l’ultimo saluto alla rossa aurora. Tutti piangemmo, o Signora, tutti. Non uno della compagnia si astenne dal baciare il più bell’ufficiale che le faceva onore”.

Come non ricordare le note di De Andrè che accompagnano il soldato Piero: “Ninetta bella morire di maggio ci vuole tanto, troppo coraggio…”?

I venti alunni deceduti per cause belliche durante la Prima Guerra Mondiale

Biondi Bruno [Biagio]
Carletti Nello
Cenci Lodovico (medaglia d’argento al V.M.)
Fabbri Dante (medaglia di bronzo al V.M.)
Faini Arrigo
Farneti Giuseppe
Fracassi Renato
Guidi Paolo (medaglia di bronzo al V.M.)
Maganzini Francesco
Manduchi Cesare [Giuseppe]
Carletti Nello
Cenci Lodovico (medaglia d’argento al V.M.)
Fabbri Dante (medaglia di bronzo al V.M.)
Faini Arrigo
Farneti Giuseppe
Fracassi Renato
Guidi Paolo (medaglia di bronzo al V.M.)
Maganzini Francesco
Manduchi Cesare [Giuseppe]
Massi Mario
Masciangelo Ermindo
Perdicchi Giuseppe
Persimoni Gino
Santarelli Secondo
Sertori Francesco [Fortunato]
Stefani Achille
Tordi Ilario
Torri Alfredo
Verzulli Giustino

Regio Istituto Tecnico“Roberto Valturio”.Anno scolastico 1911-1912. Foto ricordo dei diplomandi ragionieri, accorsi ad indossare il grigioverde nel 1915. Seduto al centro il prof. Umberto Trevisani. Il primo studente, in piedi da sinistra, è Aristide Ceccarini, il quarto è Mario Massi. (Archivio Aristide Ceccarini, Rimini)

Si ringrazia il rag. Ezio Cesare Ceccarini per avere sollecitato l’articolo e fornito preziosi documenti sui ragazzi del “Valturio”.

Ariminum, novembre dicembre 2014