Cinquant’anni fa “Clay” Collerà introduceva un nuovo sport nella nostra città.
Un programma televisivo rivoluzionario, un negozio vicino alla stazione, un ventenne sognatore: così nacque il frisbee italiano
Erano le 20.45 dell’8 dicembre 1976 quando, sul secondo canale della Rai, andò in onda per la prima volta Odeon – Tutto quanto fa spettacolo. Ideato dai giornalisti Brando Giordani ed Emilio Ravel con sigla finale della rockstar Keith Emerson, il programma fu da subito qualcosa di mai visto prima. Partito come inserto del Tg2, visse poi di vita propria per due stagioni, fino all’aprile del 1978. Era una finestra sul mondo dello spettacolo, del cinema e della musica, ma con un tocco di trasgressione, inconcepibile nell’odierno universo moralista del politicamente corretto. L’Italia benpensante gridò allo scandalo, ma l’Italia curiosa si sedette davanti al televisore e scoprì nuovi orizzonti: per noi adolescenti un appuntamento irrinunciabile.
Fu proprio quel programma – la sua capacità di aprire finestre sull’altrove, di portare nelle case degli italiani mode e discipline provenienti dall’America – a cambiare per sempre la storia di uno sport e a introdurlo a Rimini. Odeon infatti raccontò anche il frisbee, quel gioco con il disco di plastica che in America impazzava tra i ragazzi nei parchi e nelle università, e che in Italia era pressoché sconosciuto. Coloro che videro quel servizio non lo dimenticarono più. Tra questi c’era un ragazzo di Rimini.
Claudio “Clay” Collerà, classe 1956, riminese d’adozione, aveva fino ad allora praticato atletica, calcio e baseball. Quando vide il filmato di Odeon rimase letteralmente folgorato. Non era semplicemente affascinato da un nuovo gioco: aveva visto qualcosa che sentiva suo, qualcosa che in qualche modo lo riguardava. Quella sensazione – difficile da spiegare, facilissima da riconoscere per chi la prova – è la stessa che muove i pionieri.
In verità tutto nasce ancora prima di quel servizio televisivo, a Rimini, in un negozio sportivo chiamato Hobby Sport, vicino alla stazione e piuttosto noto all’epoca. Tra i vari articoli, aveva anche frisbee americani della “Wham-O”, e qualcuno costruito da un italiano di Milano, Valentino De Chiara, che nei primi anni Settanta aveva vissuto in America e aveva visto quello sport praticato dai ragazzi. Il negozio li vendeva, ma erano oggetti quasi esotici, curiosità da scaffale.

L’occasione giusta giunge quasi per caso: Clay si deve recare per lavoro a Milano e casualmente entra in contatto con Franco Figari, un ragazzo milanese di buona famiglia che condivide la sua passione per il disco volante, orientata però non alla vendita ma all’attività sportiva pura. È Figari a diventare il suo principale complice e motore. Clay nel frattempo era già in possesso di un frisbee – ottenuto in regalo acquistando una macchina fotografica tascabile – ma non sapeva bene come usarlo. Le prime sperimentazioni erano quelle di chi non ha maestri: lo usava come un boomerang, lo lanciava e aspettava che tornasse indietro. Con l’amico Gianfranco Lollino si esercitava così, cercando di capire da solo le regole di qualcosa che regole ufficiali, in Italia, non ne aveva ancora.
Una seconda svolta avviene un giorno a Milano, quando alcuni rappresentanti della “Wham-O” arrivano in Italia per spiegare agli appassionati come si gioca davvero a frisbee. È una di quelle occasioni che cambiano tutto: non solo si può apprendere la tecnica, ma si comprende anche che quello è uno sport vero, con una sua filosofia, una sua estetica, un suo spirito. Nel 1977 nasce a Milano il Frisbee Sport Italia, la prima associazione italiana che raccoglie le persone disposte a prendere sul serio quel disco di plastica. Franco Figari, l’anno successivo, sprona Clay a girare l’Europa per vedere come lo sport viene praticato altrove. È il momento in cui una passione privata comincia a diventare qualcosa di più grande.

Nel maggio del 1981, sempre grazie a Figari, Clay vola a Pasadena, in California, per i Mondiali di frisbee e gareggia in finale davanti a 35.000 persone. Scopre, tra le altre, due discipline che diventeranno le sue specialità e quelle degli italiani: il freestyle – l’acrobatica con il disco, eseguita con musica – e l’ultimate, lo sport di squadra. Tornato in Italia, Clay è un uomo cambiato. Va agli europei in Inghilterra, partecipa, cresce. Ma quando rientra a Rimini, si ritrova solo.

È la solitudine del pioniere: sa cosa ha visto, sa cosa è possibile, ma intorno a lui nessuno lo sa ancora. Clay, un sognatore sempre ottimista, fa esibizioni di freestyle sulla spiaggia, e la gente si ferma a guardare, curiosa, ma poi riparte. Finché, nell’estate del 1982, incontra Evan David, un ragazzo americano che sta girando l’Europa in bicicletta: lo vede giocare e si stupisce di trovare qualcuno così bravo in un paese dove il frisbee è praticamente sconosciuto. È un incontro che riaccende qualcosa. E poco dopo, al porto, Clay incrocia Fabrizio Rosa, per tutti Bibo, il quale sta giocando con il disco insieme a Fabrizio Gaiardoni. Da quel settembre del 1982 Clay e Bibo formano una coppia molto affiatata, si cementa un’amicizia.

Insieme trasformano piazzale Boscovich in quello che Clay stesso definirà «un angolo di California»1: musica sparata a 18 mila “megasuoni”, disco che vola, «iodio nell’aria, polmoni che bruciano». La gente si ferma. In tanti guardano. Piano piano arrivano altri ragazzi – Mauro Ugolini, Beppe Carpi, Andrea Balducci – e quella che era una coppia di amici diventa una piccola squadra, poi una comunità. Il frisbee a Rimini smette di essere un’eccentricità e si trasforma a poco a poco in una cultura. Ricordo perfettamente che una volta andai con loro ai telefoni della SIP nel palazzo Fabbri: chiamai la “Wham-O” per comprare direttamente dei dischi per conto loro.

C’è un aspetto che rende la storia del frisbee riminese interessante non solo come vicenda sportiva, ma come fenomeno sociologico. Quegli anni erano il periodo in cui l’Italia cercava nuovi modelli di aggregazione giovanile che non fossero né militanza politica né consumismo passivo. Il frisbee – con la sua filosofia di libertà, il rifiuto della gerarchia, e il fatto che l’ultimate si giochi senza arbitri basandosi sull’autoregolamentazione – era perfettamente in sintonia con quell’esigenza. Non era solo uno sport: era una dichiarazione di appartenenza a un’idea di mondo.
Ma per giocare a ultimate occorre una squadra, una vera organizzazione, e quindi persone. Nasce così nel 1984, al Rose & Crown di Rimini – il mitico pub di cui si è già scritto in queste pagine2 – la squadra Cota Rica Runners. Contestualmente si forma anche una squadra femminile, la Tequila Boom Boom. Con queste squadre si comincia a girare l’Europa per gareggiare nei vari campionati, incrociando altre storie, altri giocatori, altri modi di vivere il disco. Purtroppo d’estate molti lavorano e non possono partecipare: è necessario quindi che il giro si allarghi inevitabilmente ai più giovani, ai liceali, a chi ha le estati libere. Ed è così che un’idea si diffonde: trova i più giovani, li entusiasma, e poi va avanti da sola.
Clay e Bibo nel frattempo collezionano allori: nelle varie competizioni europee e italiane spesso sono campioni di freestyle in coppia; in ultimate, permettono alla Cota Rica di vincere numerosi campionati: Bibo in particolare risulta man of the match in molte gare.
Nel 1988 nasce la LSDF, la “Libera Società Del Frisbee”, prima struttura giuridica che permette di cercare finanziamenti e sponsor: ne fanno parte Clay e sua moglie “Lui” Tasini, Bibo, “Dona” Cardelli, Andrea Balducci e Beppe Carpi. Non è un dettaglio amministrativo: è il momento in cui una passione diventa un progetto. Clay intanto lavora alla visibilità nazionale del frisbee: si esibisce in freestyle durante l’intervallo di Milan-Juventus a San Siro, davanti a un pubblico immenso. Poi va in onda su Rai Due in un programma di Raffaella Carrà, in diretta. L’Università di Urbino inserisce il frisbee nei corsi ISEF, e dalla collaborazione con Clay nascono una tesi di laurea e un libro: Frisbee, dal gioco allo sport3.

Ma il momento in cui tutto arriva a compimento è il torneo “Paganello”. La prima edizione è del 1991, organizzata al bagno 82 di Beppe Carpi, uno dei fondatori del gruppo originale. Nove squadre, circa cento ragazzi da tutta Europa, la spiaggia di Rimini a fine marzo, quando il vento soffia ancora freddo ma il disco vola, vola, vola… Era un evento raccolto, artigianale, nato dall’entusiasmo di chi non sa ancora cosa sta realizzando.

Oggi il “Paganello” è una delle manifestazioni di frisbee più importanti d’Europa. Centoquaranta squadre, circa 2.500 giocatori che arrivano da tutto il mondo, una settimana in cui Rimini torna a essere – come negli anni d’oro del turismo – il centro di qualcosa. Solo che stavolta non si vendono solo spiaggia e divertimento ma un’identità, una storia, un modo di stare insieme che Clay Collerà ha cominciato a costruire mezzo secolo fa guardando un programma televisivo che gridava allo scandalo, comprando un disco di plastica in un negozio vicino alla stazione e decidendo che quello sport sconosciuto era il suo. La Libera Società Del Frisbee di Rimini conta oggi 270 iscritti e il coach della nazionale di beach ultimate è un allenatore riminese.
E Clay, che nel gennaio 1992 alla nascita del figlio Alessandro ricordo ancora esclamare con gioia che «il miracolo della vita è incredibile», gloriosamente entrato nella Hall of Fame mondiale del frisbee freestyle nel 2020 forte dei suoi 3 titoli mondiali e 9 europei, a 70 anni si allena ancora, cinque giorni su sette, in attesa dei prossimi mondiali.
Note
1. A. Crescentini, L’eterno ‘Clay’: una vita tra frisbee e avventura, in https://www.inmagazineromagna.it/claudio-collera-frisbee-in-stile-libero/ consultato il 25 maggio 2026
2. A. Montemaggi, The first British Pub in Italy, «Ariminum» marzo aprile maggio 2026
3. A. Federici – M. Valentini, Frisbee dal gioco allo sport, Edizioni Mediterranee, 1989; l’anno successivo in seguito alla stessa collaborazione fu edito il libro Ultimate frisbee: regolamento del gioco, a cura di A. Federici e M. Valentini, Montefeltro, Urbino, 1990. In testa al frontespizio: FIFD-FRISI, Federazione italiana flying disc; Libera società del frisbee Rimini.