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Fernando Gualtieri

Ci sono anche visioni retrospettive: quando ripensi a una persona che non c’è più molte volte la rivedi in un momento qualsiasi della giornata con delle immagini indelebili. Ti sembra che sia ancora lì presente con te, che ti sorrida, che persino ti parli. E non è una ricordanza leopardiana, malinconica e disperata, forse invece è solo un desiderio di rivivere cari momenti o felici occasioni che sai andati ma che hanno lasciato un segno. E allora le inesorabili leggi della fisica scompaiono, l’infinito riappare e la quarta dimensione, quella temporale, diviene inesistente.

Ho rivissuto visioni retrospettive di Fernando Gualtieri – scomparso un anno fa – con il quale, insieme a Yvette e alle figlie Nadia e Myriam, ho trascorso indimenticabili momenti felici da bambino, da adolescente, da adulto. La prima immagine nella mia mente è una mia fotografia, scattata da mio babbo quando ancora non avevo un anno, vicino a Fernando, a Yvette e a Nadia, sulla spiaggia, a Viserba, il luogo tanto caro della sua fanciullezza: la gioia dei genitori che hanno dato continuità alla vita è abbagliante.

La seconda immagine è un periodo trascorso a Parigi, anzi a Vincennes, quando avevo ventitré anni: i Gualtieri mi accolsero nella propria casa, sono stato con tutti loro come fossi un membro della famiglia. Scrutavo Fernando e lo seguivo mentre con i pennelli colorava, come solo lui sapeva fare, quelle tele che erano il suo mondo. E le splendide nature morte che dipingeva sembravano voler dire che il tempo non passava mai, che tutto sarebbe stato fisso e immutabile: un moderno Parmenide che combatteva la mutabilità per giungere all’essenza eterna delle cose.

La terza immagine mi ricorda quando, in viaggio di nozze, io e Barbara trascorremmo qualche giorno a Parigi. Fernando stava affrontando il suo quadro più impegnativo e forse contraddittorio. Al contrario di quello che aveva fatto finora, non dipingeva natura morta ma natura viva: il leone giovane che in un impeto di ardore e forza assale quello ormai non più giovane, segno dell’andamento circolare del tempo. Allora la vita può terminare. Ma il ciclo dell’esistenza pare sempre lo stesso, stessa cadenza e stesso svolgimento, una ruota che immutabilmente ritorna al punto di partenza: nella fine è un nuovo principio.

Poi la quarta immagine: quindici anni fa gli amici Gualtieri ci invitarono a Parigi e ci ospitarono nella galleria dove erano esposti i loro quadri. Era incredibile, privilegio unico, riposare in mezzo a tante pitture, in ogni parete e in ogni spazio. Era tornato l’infinito per cui il quadro sconfiggeva la caducità e donava l’immortalità agli oggetti rappresentati, fissi e immutabili in ogni momento della giornata. Lo splendore del reale diventava splendore eterno.

Infine la quinta immagine, Fernando stesso, con quella espressione con cui sempre l’avevo visto e che già ho descritto: sorridente sembrava dicesse, anche quando tutto pareva difficile: non ti preoccupare, la vita è bella. Mi insegnava a gustarla con passione, entusiasmo e ottimismo ogni attimo. Insieme a Yvette erano la gioia di vivere, una gioia contagiosa che, scaturita dall’amore reciproco, hanno saputo comunicare con l’arte: quella luce emanata dai quadri è essa stessa la luce della felicità.

Non è un caso che uno dei suoi quadri più belli sia Ad aeternam (il sostantivo – femminile come gloriam, come memoriam ma anche come vitam – deve essere scelto da chi guarda il dipinto secondo la propria sensibilità), altamente simbolico. Si impone una luce intensa, sicuramente eterna: l’energia che la alimenta non viene dalla tecnica ma dalla mano del pittore che sa trasformare i colori in essenza perenne. Poi il libro, la tavolozza un uomo lacero procede verso una statua celebrativa su un trionfale piedistallo: la gloria, la memoria o la vita? Voleva forse rappresentare il suo destino?