L’autore tratteggia la vita della nostra città all’inizio del Novecento attraverso la vita dei suoi protagonisti. Una comedie humaine imbevuta di riminesità
Nel firmamento letterario riminese è apparso, inatteso e dirompente, un nuovo autore, Raffaello Fabbri. Docente di materie scientifiche ma appassionato lettore e interprete della cultura e della storia della nostra città, con Ondimar, il canto del mare, edito da Agatanew di Foligno, Fabbri ha voluto affidare alla penna anni di meditazioni e di ricerche utilizzando uno strumento antico e nuovo nello stesso tempo: il romanzo storico. Antico perché il romanzo, che ha origini millenarie, è sempre stato, nelle sue varie forme, il genere prediletto per tramandare vicende e leggende; nuovo perché l’autore affronta in modo del tutto originale un periodo particolare della storia di Rimini: vent’anni che partono dal 1898 e arrivano al 1918.
Il titolo dell’opera deriva da un’invenzione del capitano di vascello Edoardo Pirandello, un generatore di energia elettrica che utilizzava le onde del mare: Fabbri su questa rivista ne aveva già descritto la vicenda con il suo sfortunato epilogo.

Ma l’evento è solo un pretesto per descrivere, con precisione ed esattezza, splendori e miserie della Rimini di fine Ottocento e inizi del Novecento, gli anni della “bella epoque”, che fu bella solo per una ricca ma ristretta minoranza: l’autore disegna infatti, in modo coinvolgente e avvincente, la vita della nostra città attraverso le vite di comuni cittadini e anche di uomini altolocati. Si tessono quindi trame che si intrecciano e si dipanano, salvo poi ricucirsi di nuovo.
Così conosciamo Rosa la levatrice e Isotta la nobildonna, “Schinaza” il popolano saggio e Terenzi il tenente dei Carabinieri, Libero il pescatore e Don Nicola il prete “modernista”, Pietro uomo d’onore e Dosi-Vacchetti il podestà, Adelchi il rampollo ed Elena la…
Con uno stile personale, attento alle descrizione di paesaggi, fenomeni e personaggi, lo scrittore riminese ha una perfetta padronanza del linguaggio, a volte aulico, a volte popolare: la sapiente miscela di incisi ed arguti motti dialettali, situazioni picaresche e riflessioni profonde rende il romanzo imprevedibile e nuovo ad ogni pagina ed invita chi legge a non posare mai il libro ma a scoprire che cosa cela la pagina successiva.
Il romanzo assume a volte toni epici, che rispecchiano le idee e la sensibilità del suo autore, soprattutto nei confronti dei poveri e degli umili, dei personaggi che la Storia non ricorda ma che hanno influito sulla formazione della coscienza riminese. In questo avvincente crogiolo, Fabbri fonde pagine di sapida comicità, come lo scherzo al maestro Pantaleoni, di autentico lirismo, come le meditazioni sulla morte, o di denuncia sociale, come la condanna della retorica guerrafondaia.
Ne risulta un grande affresco composto da una folla di piccole vicende sullo sfondo di una città amata nei suoi aspetti più autentici, una comedie humaine imbevuta di riminesità con il segreto timore che stia per scomparire, insieme al suo dialetto così difficile da conservare.
Nello stesso tempo, Fabbri sembra lanci continuamente una sfida a chi legge: quanto dell’opera è invenzione e quanto è storia? Quanto è scaturito dalla cronaca e quanto dalla fantasia dell’autore? Quale personaggio è immaginario e quale è vissuto realmente e si nasconde dietro la finzione letteraria? C’è un protagonista o è un romanzo corale?
Sono interrogativi lasciati e lanciati al lettore, quasi l’autore non volesse terminare la storia, nemmeno all’ultima pagina. Nè può essere altrimenti: la vita non si ferma mai e ciò che oggi pare il termine domani diventa una partenza. E così ci auguriamo di cuore che Fabbri trovi l’ispirazione e la volontà di ripartire, per tratteggiare, con la stessa passione e la stessa verve dimostrata in Ondimar gli anni turbolenti che seguirono il 1918.
Ariminum, gennaio febbraio 2018