Marzo aprile maggio 2026
È invalso ormai l’uso di chiamare “boomer” coloro che sono nati prima del 1964, ovviamente in senso dispregiativo: vecchi incapaci di usare al meglio i mezzi tecnologici moderni, con una concezione della società passatista e superata: in sostanza quelli che erano chiamati “matusa” nel ’68. Il «Sole 24ore» li definisce “immobili”, dal momento che ancora oggi ricoprono cariche importanti, senza agevolare l’immissione dei giovani nel mondo del lavoro. Secondo l’Università Ca’ Foscari è stata la generazione che più di tutte sguazzò nel lusso delle compere senza fine, perché sperimentò il periodo di grande sviluppo economico, sperperando molto e con il proprio individualismo e narcisismo lasciò enormi carenze per il futuro. Infine qualcuno l’ha definita “culturalmente debole”.
Essendo nato prima del 1964 ho preso su di me tutte queste colpe e ho riflettuto sulla mia infanzia, “sguazzata nel lusso” e nelle “compere senza fine”. Ci costruivamo le fionde segando furtivamente rami delle siepi dei vicini e sfruttando vecchie “caramaderie” bucate (come venivano chiamati nel nostro gergo le camere d’aria delle biciclette) tagliate ad anelli poi intrecciati. Realizzavamo le cerbottane con le canne di plastica delle condutture elettriche “fregate” ai cantieri edili e riciclavamo vecchi giornali per produrre i “pirulli”. Con i cuscinetti a sfera dismessi regalataci da Cerni e due assi rimediate dai bidoni, fabbricavamo i “carretti”, con cui correvamo giù per la discesa di via Galliano che portava al vivaio Fabbri. Quando nevicava nello stesso luogo praticavamo gli sport invernali scivolando con vecchi copertoni gonfiati, mentre in estate svuotavamo di nascosto dalle mamme le bottiglie di plastica “Vetril” per riempirle d’acqua e spruzzarle nelle battaglie con gli amici.
In uno dei miei primissimi ricordi, Paolo e Mario Giglietti organizzavano, in un garage vicino a casa mia, piccole proiezioni di diapositive di cartoni animati mediante un modesto apparecchio a batterie, al costo di 5 lire e con la possibilità di acquistare, per altre 5 lire, anche una limonata preparata con l’Idrolitina. Di fronte a loro un commerciante di trattori vendeva i “Lamborghini”: ci regalava un berrettino di stoffa con visiera di plastica contraddistinto dal famoso marchio con il toro e così potevamo illuderci di essere alla guida di una supercar quando pedalavamo in bicicletta.
Io e il mio amico Genka andavamo nel parco Marecchia, allora una “jungla”, per costruirci una capanna, fantasticando di essere nell’Africa centrale come Tarzan; all’acquedotto ci fermavamo a giocare con alcuni vecchi filobus rottamati e lì depositati, che sognavamo di guidare quando passavamo per andare a scuola. Le elementari Lambruschini distavano circa un chilometro e all’epoca ci si andava a piedi da soli, con una sosta dai “pompieri”, dov’era affissa all’esterno “L’Unità”, per leggere i risultati delle partite di calcio.
Quante cose cambiate! Sostanzialmente tutto fuorché la scuola, parlando però solo dell’edificio. Infatti i genitori in fondo ci permettevano senza tante preoccupazioni questa vita, con un solo limite: alla consueta domanda “Oggi hai fatto arrabbiare la maestra?” (alla quale si doveva rigorosamente dare il “lei”, pronome borghese ormai scomparso come aveva desiderato il fascismo) la risposta affermativa invariabilmente comportava “tozze” sul “coppetto”.
Ricordi da boomer di un’infanzia spensierata in cui ci siamo divertiti tanto: non era la Rimini “proibita” e trasgressiva degli anni ottanta tanto celebrata ma in fondo era davvero “felix”.