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Credo che Rimini sia rimasta ormai l’unica città che abbia ancora, in pieno centro storico, ruderi e macerie della seconda guerra mondiale, a ottant’anni di distanza dal suo termine. Il palazzo Lettimi e il convento di San Francesco – non due monumenti secondari – ne sono testimonianza con i loro muri cadenti, proprio come Manzoni pensava si presentassero le grandiose opere romane due secoli dopo la caduta dell’impero.

Eppure non parrebbe di essere in decadenza: negli ultimi anni decine e decine di villette sono state rase al suolo per far posto a orrendi parallelepipedi di calcestruzzo, con sparizione del relativo verde. Indici, superindici e quant’altro hanno reso possibile una cementificazione impressionante: ma se il proprietario di una modesta villetta deve installare un ascensore esterno per abbattere una barriera architettonica, ecco che il regolamento diventa inflessibile. Non sembra quindi che il motivo per cui i ruderi restano ruderi sia la mancanza di cemento.

Grandi opere sono in cantiere: per esempio si costruirà il nuovo stadio in una zona altamente congestionata, dove spesso la forza pubblica, quando ci sono partite delicate, deve isolare strade per motivi di sicurezza. E l’edificando impianto ovviamente comporterà altri esercizi commerciali quando già poco lontano sorgerà un nuovo supermercato.

Non si poteva lasciare la struttura esistente per gli altri sport come l’atletica e costruire uno stadio nuovo vicino ad un casello autostradale con viabilità, parcheggi e possibilità di controllo adeguati?

E poi: perché il nuovo stadio sì e il palazzo Lettimi no?

A poca distanza c’è una gloriosa biblioteca, tra le più importanti d’Italia, fondata oltre quattrocento anni fa proprio da un costruttore dell’epoca, Alessandro Gambalunga, che aveva capito l’importanza della cultura; una biblioteca che contiene tanti tesori ma ha scarsità di spazio e con difficoltà riesce a garantire servizi grazie all’eccellente qualità del personale che vi opera; un’istituzione che potrebbe accogliere e sistemare archivi privati, donazioni o depositi se avesse locali più ampi e un maggior numero di bibliotecari.

Perché non c’è questo interesse? Perché di ciò non si parla mai? Si sono redatti tanti progetti, anche culturali ma questo tesoro di Rimini resta sempre trascurato.

Vox clamantis in deserto, la mia visione è un’utopia: sogno che tutti i partiti, rendendosi conto di questa necessità, concordemente privilegino la ricostruzione dei residuati bellici e che illuminati costruttori, dopo aver guadagnato non poco edificando per il mercato, si ricordino che ciò che eterna l’uomo non è il conto in banca o un condominio ma la crescita culturale della comunità. Come credeva giustamente il loro illustre predecessore Alessandro Gambalunga.

Ariminum, agosto settembre ottobre 2025