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Un grande giornalista da riscoprire: dagli anni cinquanta fino al 1984 fu uno straordinario cronista: dal carattere mite, non appariva ma era indispensabile per la redazione locale del quotidiano bolognese

Parafrasando Sergio Leone, il mondo si divide in due categorie: chi faticando poco ottiene grande risonanza e chi invece lavorando assiduamente resta comunque in sottofondo. Duilio Cavalli, talentuoso giornalista de “Il Resto del Carlino”, apparteneva alla seconda specie.

Nato a Morciano nel 1918, Duilio ebbe fin da subito una vita non facile: il padre morì di influenza spagnola prima ancora che nascesse e la madre dovette occuparsi dell’educazione dell’infante. Con grande fatica e tanti sacrifici, ottenne il diploma magistrale che gli consentì di insegnare in una scuola elementare di Riccione.

Il giovane maestro Duilio Cavalli a scuola, durante la lezione di Geografia ai suoi allievi

Purtroppo però Mussolini decise che era il giunto il momento di far valere la potenza militare dell’Italia, in verità di cartapesta, entrando nel secondo conflitto mondiale, convinto ormai che la guerra fosse vinta e bastasse «qualche migliaio di morti» per ottenere vantaggi territoriali.

E così Duilio si trovò arruolato come ufficiale nella divisione “Livorno” che combatté in Sicilia contro gli Alleati che vi erano sbarcati. Catturato, fu inviato in prigionia in Egitto da cui poi tornò in Italia per riprendere il proprio lavoro come maestro a Riccione. Si sposò con Leila ed ebbe il primo figlio Ennio nel 1947 ma una nuova passione lo attirò: il giornalismo.

In quell’epoca il principale quotidiano che pubblicava notizie del nostro territorio era “Il Resto del Carlino”, il quale però a questo scopo in una pagina dominata dalla cronaca forlivese riservava appena due o tre colonne di taglio, retaggio della dipendenza politica che per secoli la nostra città aveva subito nei confronti di Forlì. Vi era un corrispondente, Mario Fabbri, il quale raccoglieva, in forma sintetica, le principali notizie avvalendosi di occasionali collaboratori nelle varie zone del territorio: per Riccione l’incaricato era Duilio.

Nel 1955 tuttavia Mario Fabbri morì in un incidente stradale e a Bologna si decise di puntare su Amedeo Montemaggi, un giovane trentaduenne, insegnante di lettere, che aveva già retto provvisoriamente nel 1943 la redazione riminese sostituendo Pier Alberto Boldrini, arruolato nell’esercito.

Mentre a Duilio nasceva il secondo figlio, Mauro, a Rimini si stava organizzando un cambiamento notevole: lo sviluppo della città e del turismo aveva talmente aumentato la popolazione che la nostra città superò in numero di abitanti il capoluogo. Perciò su iniziativa del direttore Giovanni Spadolini, “Il Resto del Carlino” il 1° agosto 1957 decise di assegnare una pagina intera alla “riviera riminese”, poi denominata “cronaca riminese”. L’aumentato spazio imponeva perciò anche un incremento degli articoli e l’allargamento dell’attività dei collaboratori.

Tale pagina doveva tener conto di vari temi: la “bianca”, la “nera”, la “rosa”, la politica e la cultura, eventi varia e manifestazioni. Amedeo perciò suddivise i vari compiti ma ben presto si rese conto che il collaboratore più affidabile era proprio Duilio Cavalli: mosso da passione per il giornalismo, era nello stesso tempo una spalla sicura su cui poter contare in ogni frangente.

Un suo primo articolo, firmato con le iniziali, si ritrova già il 30 agosto 1957: La sistemazione della Rimini S.Sepolcro migliorerà le comunicazioni tra Adriatico e Tirreno. Finora lo stato delle comunicazioni statali fra la nostra riviera, la Val Tiberina e il resto della Toscana ha lasciato molto a desiderare – I vantaggi economici e turistici[i]. In esso Duilio esaminava, esponendo pure il proprio pensiero, le prospettive di sviluppo – sia per Rimini, sia per l’entroterra, sia per la provincia aretina – che potevano derivare dall’ammodernamento della “Marecchiese”, strada fino a quel momento negletta e trascurata.

Duilio inizialmente, quando ancora la collaborazione era saltuaria, scriveva da casa e mandava poi gli articoli per “fuori sacco” tramite la SITA, la società di trasporti che all’epoca gestiva la filovia Rimini Riccione. Alla fine degli anni cinquanta tuttavia prese la decisione di recarsi quotidianamente, al termine delle lezioni mattutine, alla redazione di Rimini, trasferita poi da Piazza Tre Martiri a Piazza Cavour.

Il rapporto con il giornale si fece molto intenso; tuttavia verificare quando la collaborazione diventò sistematica è un compito piuttosto complesso: in quel periodo gli articoli erano generalmente non firmati. Per questo motivo è difficile attribuire con certezza i numerosi articoli scritti a Duilio se non con presunzioni; per esempio potevano essere suoi quelli relativi a Riccione oppure quelli di “nera”.

Infatti a Duilio era particolarmente congeniale cronaca nera, per quanto anche nelle interviste di personaggi locali emergesse un modo cortese di descriverli[ii]: l’animo benevolo ingentiliva il racconto di eventi crudi e sembrava che sentisse un moto di empatia nei confronti delle vittime, che fossero di incidenti stradali o di delitti passionali: «Un’aggressione assurda quella di via Astore. Un uomo che picchiava, infieriva e colpiva col suo punteruolo, senza fermarsi, una mondana. E lei gridava, invocava aiuto, e le grida si udivano, nella notte, nella strada, nelle case vicine: ma nessuno è intervenuto. Qualcuno s’è affacciato alla finestra e ha seguito lo svolgersi del dramma attraverso le invocazioni della donna: “Aiuto, aiuto, Roberto aiutami”, la voce sempre più flebile, quasi un rantolo. E ancora: “Muoio, muoio”. La donna e la casa erano “odiate” nella zona»[iii]. È evidente che il giornalista partecipa all’emozione, si sente coinvolto dal dramma di una donna socialmente esclusa come una prostituta, definita in tono compassionevole “mondana”: c’è nell’animo di Duilio certamente una condanna dell’assalitore e della sua efferatezza ma anche la riprovazione nell’omissivo comportamento, moralistico ma immorale, di chi assiste con indifferenza ad un delitto, atteggiamento che egli ritiene dovuto al fastidio della particolare attività della donna. Il tono è infervorato, concitato, la descrizione è rapida, icastica, iterativa ed efficace con l’uso del discorso diretto nelle invocazioni: un esempio che può essere da manuale per un apprendista cronista.

Ho naturalmente conosciuto fin da piccolo Duilio – già pronubo dell’incontro e del matrimonio dei miei genitori – il quale era per me il più gentile e il più simpatico dei collaboratori: di fatto una specie di zio, visto anche il rapporto stretto con mio padre. Ricordo ancora con precisione il set da scrivania che mi regalò per la prima comunione oppure quando, ancora bambino, una volta mi portò a vede una partita del “Rimini”, appuntamento irrinunciabile quando la squadra giocava in casa. Spesso lo infastidivo, anche quando era sulla macchina da scrivere, ma la sua bonomia non lo dava da intendere: il suo viso era molto spesso ornato di un sorriso simpatetico, paziente e comprensivo. Gli occhiali che immancabilmente indossava mi incuriosivano: non distinguendo le causa per cui venivano portati, nelle mie fantasie infantili credevo fossero una specie di maschera che, al pare degli agenti segreti, gli permettevano di indagare gli altri senza che gli altri potessero capire. Mi ponevo tante domande ma la principale era: come vedeva il mondo? I colori che gli apparivano, indubbiamente diversi da quelli che percepivo io, erano un modo per raffigurare diversamente la realtà, addolcendo o attenuando la sua concretezza? Erano quelli che lo rendevano così bonario e gentile?

Crescendo, ebbi ancora di più la possibilità di apprezzare la sua capacità di lavoro e la sua funzione indispensabile all’interno della redazione e nello stesso tempo verificare quanto in realtà il pubblico non sapesse di questa sua opera continua per la riuscita di quella pagina che ogni giorno illustrava le notizie della città.

“Il Resto del Carlino”, in quel tempo, era infatti l’unico vero quotidiano letto da tutti, anche dagli oppositori politici alla sua linea editoriale – che Spadolini prima e Domenico Bartoli poi impressero – di sostanziale sostegno al governo nazionale di centro sinistra e opposizione al governo locale socialcomunista. Non a caso Spadolini aveva voluto la redazione in Piazza Cavour come contraltare a Palazzo Garampi, sede del sindaco, in un’ottica che ricordava il parlamento inglese, dove maggioranza e minoranza siedono su file contrapposte.

In verità i rapporti personali tra i giornalisti del “Carlino”, tra cui Duilio, e amministratori al potere erano molto più sfumati e amichevoli di quelli che apparivano dagli articoli: discussioni, battute e momenti conviviali con assessori o segretari di partito non erano infrequenti e quella divisione politica spesso si stemperava con facezie, come quelle note tra Luigi Pasquini e Gianni Quondamatteo che recitavano insieme zirudeli di Giustiniano Villa.

Agli inizi degli anni settanta la direzione del “Carlino” volle ristrutturare la redazione, aumentando i giornalisti professionisti. Amedeo Montemaggi era in verità stanco della dura vita di dover essere contemporaneamente insegnante e giornalista; inoltre ormai l’interesse storico, puntato sulla ricostruzione della guerra sulla Linea Gotica, stava prendendo il sopravvento: alla fine del 1975 perciò lasciò il giornale mentre Duilio restò.

Fu l’ultima volta che lo vidi, perché poi, per mia decisione, non volli più entrare in quei locali in cui ero cresciuto, per serbare la visione incontaminata di quelle stanze, di quelle persone, di quegli arredi e ricordare immutato quel mondo di 50 anni fa.

Altri entrarono, presero gli onori ma Duilio era sempre lì a lavorare assiduamente. Nel 1984 un malore improvviso lo colse mentre stava tornando a casa: aveva solo 66 anni: il “Carlino” di Rimini aveva perso la sua “colonna”.


[i] «Attualmente detta arteria presenta un andamento altimetrico discontinuo, con pendenze improvvise, frequenti curve a raggio limitato ristretta in più punti la sede stradale, sfavorevoli le condizioni del plano viabile. Tale stato dl cose accentua il costo dei trasporti e difficulta il traffico, riducendone la velocità e rendendolo disagevole».

[ii][ii] «Giovanni Antonio Carlini lavora ancora, forte come una vecchia quercia. Inoltre continua a scrivere: articoli d’attualità per periodici, e poesie. Ma forse, il suo, più che un hobby letterario, è soprattutto il desiderio di continuare a portare avanti un dialogo con gli altri, anche con quelli che lo hanno picchiato, se esistono ancora, per riaffermare, al di sopra del dolore e del sacrificio, la fede nell’amore a negli eterni valori della vita». (“Il Resto del Carlino”, 23 giugno 1971: Giovanni Maria Carlini, “razza marinara”)

[iii] “Il Resto del Carlino” 10 luglio 1971, Per venti minuti sotto i colpi del punteruolo ha invocato aiuto ma nessuno è intervenuto. Nel sottotitolo alla crudezza del crimine si univa un moto di orrore: «Oltre cinquanta stilettate, più di cento punti di sutura. La prima ipotesi sembra quella del malvivente entrato per rubare: sorpreso dalla donna, avrebbe cercato di farla tacere; ma allora perché infierire con furia selvaggia?»

Ariminum, gennaio febbraio 2025