Una riforma mancata: Nel 1948 il politico e sindacalista riminese propose un ordine del giorno per introdurre misure nella scuola alcune delle quali furono adottate successivamente.
Giuseppe “Capitan” Giulietti, nato a Rimini nel 1879 e morto a Roma nel 1953, fu capitano della marina mercantile ma anche sindacalista attivo fin dal 1901: segretario dal 1909 della Federazione Italiana Lavoratori del Mare, riportò a nuova e maggior gloria un’organizzazione uscita di fatto annientata dalle sconfitte subite nelle lotte contro gli armatori. Pur avendo sostenuto il primo Mussolini per l’intervento nella Prima Guerra Mondiale, fu perseguitato dal fascismo ed estromesso dalla guida del sindacato; ne riprese tuttavia il comando nel secondo dopoguerra. Rimini l’ha onorato con una statua alla destra del porto e con l’intitolazione del molo di Levante.
Giovanni Ansaldo fece per «La Rivoluzione liberale» di Gobetti un famosissimo ritratto di Giulietti in cui, spesso con sarcasmo, sottolineava la sua estrema intelligenza, capacità e scaltrezza, a volte molto disinvolta e spregiudicata. D’altra parte il giornalista gli riconosceva una grande abilità, una notevole potenza politica ed economica e il ruolo innovatore nel rapporto con la massa degli oltre 60.000 marittimi, avendo influenzato anche D’Annunzio dapprima e Mussolini poi.
Pur occupandosi all’inizio prevalentemente di tutelare i diritti della gente di mare – tra cui la previdenza e l’assistenza di una delle categorie più derelitte della società italiana, sfruttata e maltrattata fino a quel momento – Giulietti comprese che occorreva uscire dall’ambito prettamente sindacale per svolgere anche ruoli connessi con la politica e assunse due volte una carica parlamentare all’indomani della fine dei due maggiori conflitti del Novecento: in particolare, dal 1948 fu deputato indipendente nel partito repubblicano.

Giulietti possedeva una cultura elevata in rapporto agli italiani dell’epoca: aveva frequentato a Rimini – con ottimi risultati risultando tra i migliori della propria classe – l’Istituto Nautico, antica scuola che formava la piccola borghesia laica, evolutasi poi nell’attuale Istituto “Roberto Valturio”. Tenuto conto dell’alto tasso di analfabetismo alla fine dell’Ottocento e della scarsità di istituti superiori, si trattava di un livello d’istruzione al di sopra della media. Conosceva la lingua inglese e fu un fluviale autore su vari periodici di articoli tesi sempre a tutelare i marittimi ma anche a celebrare la propria attività.
A Giulietti stava particolarmente a cuore, retaggio della formazione mazziniana della sua famiglia, l’educazione dei marittimi e pretendeva che nelle navi ci fosse sempre una piccola biblioteca a disposizione dei marinai. Si comprende perciò che uno dei suoi primi atti da deputato fu un ordine del giorno che impegnava il governo ad una riforma dei cicli scolastici, ancora impostati da Gentile e modificati poi da Bottai. La sua richiesta era effettivamente assai rivoluzionaria ma conteneva alcuni principi che possono essere ritenuti, a distanza di 75 anni, ancora validi.
Nel 1948 non c’era ancora la scuola media unificata per cui all’uscita delle elementari, cioè a 10-11 anni, un alunno doveva scegliere già tra vari tipi di indirizzi: ginnasio e poi liceo classico; liceo scientifico; istituto tecnico; istituto magistrale; avviamento professionale, destinato a chi non proseguiva verso gli studi superiori. Davano accesso all’università solo il diploma del liceo classico e del liceo scientifico (non a tutti i corsi di laurea), mentre gli istituti tecnici offrivano questa possibilità solo ad alcune facoltà specifiche. Pertanto già ad un’età precoce avveniva una forte selezione, con la conseguenza che si era vincolati, per effetto di scelte spesso dettate da genitori, a percorsi di studi decisi troppo presto. C’erano possibilità di trasferimenti, tendenzialmente alla fine del triennio (come avvenne per mio padre e al suo compagno Otello Pasolini, che passarono da un istituto tecnico al Ginnasio per poter poi accedere all’Università e laurearsi in Lettere classiche) mediante severi esami integrativi per le materie non studiate.
Questa struttura educativa creava una scuola classista perché evidentemente molto penalizzante per le persone disagiate: lo studente infatti doveva riuscire a superare le selezioni per accedere alla scuola secondaria, mantenersi a scuola per molti anni invece di andare a lavorare, superare gli esami, arrivare alla maturità, sostenere le spese dell’università, spesso trasferirsi in un’altra città. Per una famiglia contadina o operaia, era un percorso economicamente molto pesante che costringeva a scelte per lo più che portassero a impieghi lavorativi più immediati.

Giulietti avrebbe voluto rivoluzionare il sistema, istituendo una sorta di media unica di 4 anni in modo da posporre la scelta definitiva per la propria futura carriera lavorativa da parte dello studente, all’età di 15 anni quando sarebbero stati più chiari i suoi intendimenti e le sue inclinazioni. Sostanzialmente per la scuola secondaria la proposta era:
«corso inferiore, quattro anni; corso superiore, quattro anni. Durante il corso inferiore, programma di latino pari a quello dei noti cinque anni di ginnasio; e nel quarto anno, lessico greco. Dopo il corso inferiore, tre licei: liceo classico; liceo scientifico; liceo tecnico con le rispettive ramificazioni. Passaggio, con opportuni esami integrativi, da un liceo all’altro o da una scuola liceale ad un’altra. I licenziati dal liceo classico potranno iscriversi a tutte le facoltà universitarie non aventi per base la matematica; ed anche in queste con esami integrativi. I licenziati del liceo scientifico e del liceo tecnico potranno inscriversi a tutte le facoltà universitarie aventi per base la matematica nonché a quelle di economia e commercio, scienze politiche, ed anche alle altre con esami integrativi. Passaggio con opportuni esami integrativi, dall’una all’altra Facoltà universitaria».
Si vuole sottolineare la cura e l’attenzione di Giulietti nei confronti delle materie umanistiche, non scontate per chi proveniva da una formazione tecnica. È interessante quindi leggere le motivazioni che egli fornì alla Camera dei Deputati il 14 ottobre 1948 per la scelta dello studio del latino e addirittura del lessico greco nell’ultimo anno del corso inferiore.
«Bisogna che lo studio del latino sia fatto sul serio. Infatti il classicismo non deve essere dimenticato; non si deve partire – lancia in resta – contro il latino, che non è una lingua morta, ma più che mai viva ed è bene che i giovani, i quali vogliono dedicarsi agli studi, conoscano questa lingua che rappresenta il viatico per tutta la vita!
Nel quarto anno, bisognerebbe fare studiare il lessico greco. La grammatica greca va bene per chi vuole dedicarsi agli studi classici. […] La nomenclatura greca è assai necessaria nella vita, particolarmente per la lingua italiana. Occorrono dunque nel corso inferiore medio: latino e lessico greco.
Dopo il corso medio inferiore di quattro anni, tre licei: il liceo classico, il liceo scientifico e il liceo tecnico con tutte le sue ramificazioni. Nel corso superiore medio o liceale introdurre in tutti questi licei lo studio della storia, della filosofia e della storia della letteratura latina e italiana. Ripeto: il corso della storia della filosofia andrebbe applicato anche agli studenti dei licei tecnici. I giovani, licenziati o diplomati dei licei, avrebbero naturalmente aperte le porte della Università per le facoltà inerenti agli studi fatti.
Una certa cultura classica è assai necessaria e perciò dev’essere facilitata ed estesa il più che sia possibile. Bisogna evitare gelosie, incomprensioni tra i cultori del classicismo e i tecnici: le due sapienze si integrano. Affinché “l’umanesimo” non si consideri offeso dal “tecnicismo”, ho messo in evidenza l’indispensabilità della divulgazione del latino. I discenti, amanti delle lettere, potranno benissimo coltivare nei licei classici e nelle Università lo studio del greco e del latino».


La proposta era innovativa per molti aspetti e anticipatrice di misure che poi furono in gran parte accolte: innanzitutto con 15 anni di anticipo si chiedeva la cosiddetta “scuola media unica” di durata di 4 anni anziché 3 come poi è stata realizzata: in questo modo la scelta del corso superiore sarebbe avvenuta a 15 anni invece che a 14; inoltre si prevedeva una sorta di intercambiabilità molto estesa e semplificata, subordinata solo ad esami integrativi, così da non penalizzare scelte rivelatesi errate. Terzo aspetto molto significativo, la possibilità di accesso all’università ad una platea molto più ampia di studenti rispetto alla scuola fascista ereditata dalla repubblica. Si anticipava di circa 20 anni una richiesta che il mondo studentesco ebbe accolta in seguito alla contestazione del sessantotto.
Infine vi era la trasformazione degli “istituti” in “licei tecnici” con varie articolazioni, una riforma che a torto pareva nominalistica ma che in realtà piuttosto fondata e anche questa premonitrice di sviluppi di cui si sarebbe discusso per oltre settant’anni. Questa richiesta – anche ora oggetto di iniziative legislative – non era legata però solo ad una diversa denominazione, perché si introducevano in questi ex istituti discipline come la filosofia o la storia della letteratura latina che dovevano rendere la formazione del futuro cittadino più completa.

È quindi indubbia la modernità della proposta, certamente molto avanzata e significativa della mentalità di Giulietti, il quale peraltro, già dal 1944, aveva propugnato una sorta di statuto del lavoratore con connesso divieto di licenziamento simile a quello che sarebbe entrato in vigore nel 1970.
L’ordine del giorno fu discusso il 15 ottobre 1948 e vi parteciparono il Ministro della Pubblica Istruzione Guido Gonella e Concetto Marchesi, di cui peraltro Gonella era stato allievo, ma la risposta fu negativa da parte del governo. Il ministro, pur dichiarandosi personalmente favorevole a qualche parte della proposta, era contrario alla suddivisione in 4 anni dei due corsi, alla istituzione della scuola media unica ma soprattutto all’apertura delle università ai diplomati dei licei tecnici proposti e all’accesso ai diplomati dei licei scientifici ad altre facoltà non scientifiche: si temeva che le università non avrebbero sopportato il maggior afflusso di studenti. Per respingere l’ordine del giorno di Giulietti, il ministro utilizzò la più letale delle forme di negazione: la dilazione. Lo rinviò alla discussione presso un’apposita commissione la quale di fatto si arenò in mille contrasti. E così la proposta fu affossata.