Il 17 marzo 1861, 160 anni or sono, veniva promulgata la legge con la quale Vittorio Emanuele II assumeva il titolo di Re d’Italia. Si trattava del coronamento della politica del Piemonte e del suo primo ministro Cavour che era riuscito nell’intento di unificare il Paese mediante le annessioni dei territori della penisola che si erano sottratti al precedente regime.

Rimini si era liberata dal dominio papale, non più sorretto dalle forze austriache, da nemmeno due anni ma il fuoco della ribellione covava già da tempo. Il governo dello Stato della Chiesa era ben poco amato, la rivolta avvenuta nella nostra città nel 1845 aveva dato l’estro a Massimo D’Azeglio per scrivere un opuscolo “Degli ultimi fatti di Romagna” che ebbe larghissima risonanza. Fin dall’inizio della seconda guerra d’Indipendenza, nei primi mesi del 1859, migliaia di volontari romagnoli si erano uniti all’esercito piemontese tanto che il Ministero della guerra raccomandò di non sollecitare queste partenze. Non erano solo giovani elitari: tra le professioni, ci dice lo storico Giulio Cesare Mengozzi, si trovavano “fabbri, falegnami, muratori, tintori, vetturali, calzolai, sensali, braccianti, pescatori, barbieri, calafati, canapini, commercianti, studenti e impiegati”.

Ad infiammare gli animi erano state le vittorie riportate dalla coalizione di piemontesi e francesi ma la costituzione di governi regionali dell’Italia centrale preoccupava Cavour che temeva le tendenze autonomistiche e repubblicane. Tuttavia la guida politica di tali regioni affidata a esponenti di fede liberale scongiurarono tali pericoli: il 7 giugno 1859 Rimini aderì al Regno di Sardegna e il 21 giugno gli Austriaci lasciarono la città definitivamente mentre arrivava l’esercito piemontese tra il giubilo della popolazione che festeggiò l’evento con musiche sulle piazze e con tappeti e lumi alle finestre. L’idea era “né restaurazioni, né stati separati, ma annessione al Piemonte” e perciò si instaurò un governo provvisorio nell’attesa dell’auspicata unione con il regno di Vittorio Emanuele II.

Una serie di continui eventi portò all’arrivo, il 17 settembre dello stesso anno, di Giuseppe Garibaldi, comandante in seconda delle forze piemontesi in Romagna, accolto da un’immensa folla che, raccontano le cronache, ascoltò le parole del grande generale dal balcone di Palazzo Gioia, all’angolo delle attuali corso d’Augusto e via Gambalunga. Racconta Nevio Matteini: “L’eroe giunse la sera del 17 settembre in un delirio di applausi. Tolti i cavalli dalla carrozza, questa venne spinta a mano fino a palazzo Gioia, destinato a residenza del quartiere generale. Insistentemente chiamato dagli evviva, s’affacciò al balcone che guarda sul corso incitando il popolo a rompere gli indugi e a varcare il confine”. Garibaldi intendeva infatti liberare anche le Marche.

Un curioso episodio, poco noto, riguarda il nostro territorio in questo periodo: uno strano personaggio della Corsica, uno 007 ante litteram, Giacomo Francesco Griscelli da Vezzani, agente segreto fino al 1858 al soldo di Napoleone III, promise al Papa e ai Borboni di Napoli la riconquista della Romagna, ottenendo in cambio il titolo nobiliare di Barone di Rimini, mai esistito prima d’ora. In realtà egli era un doppiogiochista, figurando anche agente di Cavour, per cui forniva informazioni da una parte e all’altra a seconda delle convenienze. Il piano di Griscelli, che asseriva di possedere notizie di malcontento per i primi provvedimenti presi dal nuovo governo e di scarsa disciplina delle sue forze armate, era di corrompere Pietro Roselli, comandante della divisione della Romagna, e di ottenere la diserzione di una compagnia portandola da Santarcangelo a Pesaro; per corroborare la sua attendibilità, fornì l’informazione che Garibaldi aveva trasferito 27.000 fucili a San Marino, con l’intento di prendere Urbino. Inoltre Griscelli aveva dettagliatamente informato sui comandanti e sulla consistenza dell’esercito nemico e attendeva solo il denaro per mettere in atto il piano congegnato, denaro che probabilmente non giunse mai cosicchè il fantasioso piano abortì. Tuttavia anche il proposito di Garibaldi sembrò svanire, quando l’eroe, richiamato a Torino, si dimise e andò a Caprera.

Il 11 marzo 1860 si votò il plebiscito per l’annessione al Piemonte: a Rimini i votanti furono 4.802, favorevoli 4778: il loro numero era di gran lunga inferiore alla popolazione cittadina ma il voto era riservato ai cittadini più abbienti i quali, a volte in continuità con il precedente governo pontificio, assunsero anche la guida della città.

Quando perciò un anno dopo Vittorio Emanuele divenne re d’Italia, l’evento fu salutato con gioia: il segno tangibile dell’Italia risorta fu l’arrivo della ferrovia da Bologna nell’agosto 1861 e il 10 novembre s’inaugurò il tronco Rimini – Ancona alla presenza del nuovo sovrano.

Con l’unità però non scomparivano i problemi: in effetti la situazione lasciata dal governo pontificio era disastrosa: Rimini era priva di fognature e soggetta a ricorrenti epidemie di colera; le strade erano buie e pericolose; mancava un corpo di vigilanza urbana; il porto si interrava facilmente e frequentemente. Solo per citare alcuni tra gli indicatori sociali più significativi, gli analfabeti erano i ¾ della popolazione urbana, pari a 33.200 abitanti circa (censimento del 1861); dieci scuole elementari contavano 565 iscritti maschi e 534 femmine e vi era un maestro ogni 800 abitanti, quasi sempre un parroco o un sacerdote.

A parte alcune lodevoli iniziative – assunte peraltro da esponenti locali e spesso ostacolate dall’amministrazione papalina – come la costituzione della Cassa di Risparmio, lo stabilimento dei bagni, la creazione dell’asilo infantile “Baldini” e la costruzione del teatro comunale, ora “Amintore Galli”, l’economia locale versava in uno stato di grave decadenza, soprattutto se si comparavano i 350 anni di potere dello Stato della Chiesa con i secoli precedenti e lo splendore malatestiano. Come ha precisato l’economista Attilio Gardini, in questo periodo “la città registra uno scarso movimento di prodotti, di merci e di ricchezze… Ogni mutamento viene considerato con estrema diffidenza perché apportatore, in occasione di ogni novità, di ulteriori peggioramenti nelle già misere condizioni di vita”.

Un grave e immane compito spettava al nuovo governo unitario.