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Conversando con Ennio Sanese e “Richard” Di Angelo si è ricordata la nascita negli anni Sessanta del pub più noto della Riviera

Chi non ha mai ascoltato la pubblicità alla Publiphono che ricorda, con la inconfondibile voce di Richard Di Angelo, che il Rose & Crown è stato il primo pub fondato in Italia?

In una conversazione con lo stesso Richard, con Ennio Sanese e con Osvaldo Morri, il commercialista che da tempo immemorabile li ha seguiti, è stato davvero entusiasmante ripercorrere la nascita di un locale che è una vera propria istituzione.

Il Resto del Carlino, 15 giugno 1962

C’era una Rimini, nei primi anni Sessanta, che guardava al mare e all’orizzonte con occhi ancora spalancati dalla sorpresa del boom. Le pensioni si moltiplicavano, i tedeschi arrivavano in Volkswagen cariche di valigie, e l’arenile si colorava di ombrelloni come una tavolozza impazzita. Eppure mancava qualcosa. Lo dissero con franchezza alcuni turisti britannici che, il 15 giugno 1962, sulla cronaca locale de «Il Resto del Carlino», risposero alle domande di Amedeo Montemaggi: volevano la birra inglese, spillata e non in lattine o bottiglie. Pertanto si erano portati con sé 36 fusti da 40 litri e un loro concittadino barman serviva la bevanda come nei pub.

1974: il conte Giuseppe Perticari, con la camicia a quadri al Carnaby;
di fronte a lui, con gli occhiali, Ennio Sanese

Quell’invito, raccolto e riletto tra le righe, non cadde nel vuoto. C’era, a Rimini, un uomo che aveva già previsto il futuro: il conte Giuseppe Perticari di Savignano, spirito inquieto e viaggiatore instancabile. Perticari aveva percorso l’Europa in lungo e in largo, aveva respirato la nebbia londinese e bevuto birra nei pub inglesi, aveva assaporato le lager tedesche in birrerie fumose di Monaco. Fu così che nel 1964, poco dopo l’apertura dell’aeroporto di Rimini – che aveva spalancato le porte a un flusso crescente di turisti britannici – il conte Perticari aprì il Rose & Crown. Il locale era inconfondibilmente British, fin nei minimi dettagli: le insegne, l’arredo, l’atmosfera. Le birre erano rigorosamente di importazione: la stout, scura e vellutata, le ales e le lager tedesche, per accontentare anche i visitatori d’oltre Reno. Non esistevano ancora circuiti di distribuzione organizzati e Perticari importava direttamente dai paesi d’origine, con quella determinazione che avrebbe caratterizzato tutta la sua stagione imprenditoriale.

Il locale era ampio, con grandi strutture esterne e un tendone capiente che ospitava tavolini all’aperto, affacciato su una piccola aiuola e arrivava fino all’attuale piazza Beato Marvelli, che allora si chiamava piazza Tripoli. La parte interna, quella che ancora oggi corrisponde all’ubicazione del Rose & Crown, era di proprietà del conte; la porzione più vicina alla piazza apparteneva invece alla sorella, figura che avrebbe giocato un ruolo non secondario negli sviluppi della vicenda. Il successo fu immediato e travolgente: la concorrenza era quasi inesistente, il pubblico inglese numeroso e affamato di autenticità, e il locale di Perticari rispondeva a una domanda che nessun altro aveva ancora pensato di soddisfare.

Sotto il tendone, nelle sere d’estate, suonavano complessi inglesi che portavano il rock dell’epoca, figlio diretto dei Beatles e dei Rolling Stones. Era una novità assoluta per Rimini, una finestra aperta su un mondo che la città stava appena iniziando a conoscere. Ma quella finestra faceva anche rumore: le proteste dei vicini per gli schiamazzi notturni non tardarono ad arrivare e rappresentarono uno dei primi grattacapi di una gestione per altri versi brillante.

Per capire cosa rappresentasse il Rose & Crown nel panorama riminese degli anni Sessanta, occorre fare un passo indietro e guardare alla tradizione da cui traeva ispirazione. Il pub inglese – come spiega Ennio, uno dei protagonisti di questa storia, autore di una tesi di laurea sulla storia del pub e di un volumetto autobiografico intitolato Una storia a tre piani – era molto più di un semplice esercizio commerciale. Richard, l’altro protagonista, ricorda che Samuel Johnson, nel suo celebre vocabolario, aveva già riconosciuto al pub il ruolo di unico autentico centro della vita sociale britannica.

Le regole inglesi erano chiare e inflessibili: niente alcolici prima dei diciotto anni, nessuna eccezione. Ma una volta superata quella soglia, la serata si apriva senza troppi limiti, scandita dal ritmo delle pinte e dal brusio delle conversazioni. E poi, alle 10:45 p.m., suonava l’ultima campana: un rituale che Richard rammenta con precisione quasi commossa, frutto dell’esperienza diretta maturata lavorando in Inghilterra. Alle undici in punto il locale chiudeva, senza discussioni.

Un’allegra comitiva inglese negli anni Settanta al termine di una serata al Rose & Crown: si noti la folta componente femminile.

Ma la vera essenza del pub sta nella sua natura democratica. Nel pub le classi sociali si livellano nel fondo del boccale: il professionista e l’operaio e persino il nobile bevono fianco a fianco, si parlano, si ascoltano. Quando si fa il giro di birra, tutti ricevono la stessa pinta, senza distinzioni. Anche le donne, che negli anni Sessanta tendevano a ordinare la birra piccola in un bicchiere a calice, sono parte integrante di quella comunità liquida. Altra caratteristica del pub inglese è la mescolanza generazionale: giovani e anziani condividono lo stesso spazio, si conoscono, si raccontano.

Nel 1965-1966 entra nella storia del Rose & Crown Sanese. All’epoca era impiegato come addetto ai turisti inglesi per l’agenzia Hotelplan, e il suo lavoro lo portava a gestire i soggiorni di numerosi vacanzieri britannici, sistemandoli all’hotel Queen e all’hotel Embassy, entrambi nelle immediate vicinanze del locale di Perticari. Era naturale, quasi inevitabile, che quei turisti finissero le loro serate al Rose & Crown, e altrettanto naturale che Ennio diventasse una presenza familiare nel pub.

Intanto Perticari, spirito irrequieto e sempre proiettato verso nuovi progetti, nel 1967 aveva già fondato un altro locale, il Bull & Bush e si era lanciato nell’avventura del Carnaby, un luogo di intrattenimento che nel tempo sarebbe diventato discoteca e poi discoteca-pub, con tutto ciò che questo avrebbe comportato in termini di impegno gestionale. Sempre in quegli anni apriva il Torchio a Miramare, dove si ballava il liscio – un omaggio non alla Gran Bretagna ma alla tradizione romagnola, a riprova della versatilità imprenditoriale del conte.

In viaggio in Scozia, 1977. A sinistra mentre Richard sta filmando, Ennio si china sotto il cartello; a destra a Kirkwell nelle isole Orcadi, Richard riprende Ennio che esce dall’automobile per visitare una distilleria di Wihisky.

La stagione creativa di Perticari al Rose & Crown si concluse intorno al 1971. I motivi erano molteplici. C’era la questione della sorella, con la quale i rapporti non erano idilliaci: lei aveva un carattere più conservatore, mal sopportava il chiasso notturno e le implicazioni di un locale che si animava fino a tarda sera. C’era poi l’attrazione verso nuovi orizzonti: Perticari stava progettando la costruzione di un grande albergo a Pesaro, e quella nuova impresa assorbiva energie e capitali. Ma vorrei credere anche che fosse uno di quei grandi innovatori che, come ha scritto qualcuno, piantano alberi sotto la cui ombra non si siedono mai.

Il Rose & Crown passò così nelle mani di Douglas Sully che aveva sposato una donna italiana. La gestione continuò nello stesso solco tracciato dal fondatore, mantenendo il carattere British del locale e la fedeltà alle birre di importazione. Ma anche questa fase era destinata a concludersi: dopo qualche anno, Sully decise di cederlo.

Fu a questo punto che entrò in scena la ditta Mascarin e Boschetti, distributrice di birre Stella Artois, che aveva tutto l’interesse a legare il destino del Rose & Crown a gestori affidabili e competenti. L’occasione era propizia: Sanese, insieme ai soci Alfredo Pandolfini, Walter Giovagnoli e Piergiorgio Pari – gli stessi che già gestivano il Carnaby – rilevarono il locale nel 1975. L’acquisto fu reso possibile grazie a un finanziamento a tasso agevolato concesso dalla Stella Artois, a patto che avvenisse in franchi belgi.

Serviva qualcuno che sapesse davvero come si gestiva un pub dall’interno: i soci individuarono la persona giusta in Richard Di Angelo, un giovane che aveva appena concluso il servizio militare. La scelta fu coraggiosa e lungimirante: lo mandarono in Inghilterra per alcuni mesi, a imparare il mestiere sul campo.

A sinistra: Richard conduce un beer contest tra ragazze inglesi: i boccali di limitata portata corrispondenti a una pinta tradiscono lo scopo di puro divertimento della competizione, che riscuoteva un enorme successo.
A destra: una originale e curiosa gara con particolari bicchieri inglesi chiamati yard of ale

L’esperienza inglese di Richard fu accidentata e ricca di sorprese. Iniziò in locali a membership, riservati ai soci, dove il lavoro si limitava a caffè e tè: poco utile per chi doveva imparare a gestire un pub. Si spostò allora a Covent Garden, all’epoca ancora un mercato attivo: i lavoratori, artisti e musicisti della vicina Royal Opera House si rifugiavano negli esercizi della zona per una classica bevuta di birra dopo le prove o addirittura fra un atto e un altro di un melodramma. Lavorò anche in un pub a King’s Road, nel quartiere di Chelsea, frequentato da personalità dell’etichetta EMI: Richard ricorda ancora, con un misto di meraviglia e nostalgia, di aver incrociato David Bowie, Woody Allen e altri nomi dello spettacolo internazionale. Un’esperienza umana memorabile.

Tornato in Italia nel marzo del 1976, Richard Di Angelo fu assunto come manager nella gestione del Rose & Crown e successivamente entrò come socio fino a diventare unico titolare. Iniziava così la fase più lunga e definitiva della storia del locale: quella che lo avrebbe consolidato come punto di riferimento della vita notturna riminese.

Perticari, nel frattempo, aveva preso strade diverse. Dedicatosi all’hôtellerie a Pesaro, aveva messo da parte la stagione dei pub. Ma ciò che aveva seminato continuava a germogliare nelle mani di altri: Ennio, Richard e i loro soci avevano saputo coltivare quei semi con pazienza e competenza. Lo stesso Sanese, con la sua formazione accademica sul tema – uno dei pochi in Italia ad essersi laureato con una tesi sull’influenza del pub nella letteratura inglese – portava nel lavoro quotidiano una consapevolezza culturale non comune.

Le sapienti mani di Richard (ed ora del figlio Roberto) hanno fornito radici profonde a questa esperienza che tuttora ammalia turisti e residenti per la sua atmosfera; conserva quel profumo d’Inghilterra che emana fin dalla sua nascita e che ha incontrato il favore di ospiti illustri come Rod Stewart e Bruce Willis.

Infatti il Rose & Crown, sessant’anni dopo la sua fondazione, è ancora lì, in quel lembo di Rimini tra la piazza e il mare. È sopravvissuto al suo fondatore, ai passaggi di proprietà, ai cambiamenti di gusto, alla concorrenza di mille nuovi locali. Porta ancora il nome che il conte Perticari gli aveva dato, come se quella prima intuizione – che a Rimini ci volesse un luogo dove la birra scorra e le classi si mescolino – fosse più forte di qualunque moda passeggera.

Ariminum, marzo aprile maggio 2026