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Un ricordo d’infanzia: racconti di viaggio in Valmarecchia con un colto sacerdote di Cicognaia, enclave toscana nel Montefeltro

Che cosa abbia mai commesso Don Amedeo Potito per essere relegato nel 1941 in una delle più remote parrocchie d’Italia, non è dato saperlo.

Nato a Manfredonia nel 1909, dopo una formazione religiosa quadriennale alla Pia Società di San Giuseppe di Torino come chierico, divenne sacerdote a metà del 1940 nella diocesi di Sansepolcro, una scelta che appare strana, assai lontana dal luogo di nascita. Vista la sua preparazione culturale, fu nominato insegnante di lettere in seminario e mansionario della cattedrale. Tuttavia la soluzione non parve soddisfacente a don Potito, perché, con la motivazione di assistere i genitori malati, tornò poco dopo a Manfredonia. Nacquero dissidi con il vescovo Pompeo Ghezzi che non solo mandò il sacerdote nella sperduta parrocchia di Sant’Arduino a Cicognaia ma respinse ogni sua richiesta di trasferirsi a Foggia o di diventare cappellano militare.

Quella Cicognaia, che ha visto nascere il brigante Boldrini di cui Francesco Vittorio Lombardi narra la storia nelle pagine precedenti, è un gruppo di poche case che situata nell’enclave toscana di Badia Tedalda all’interno del Montefeltro: sebbene in linea d’aria sia solamente a qualche chilometro da Pennabilli, appartiene alla diocesi di San Sepolcro, molto più distante e, fra l’altro, al di là dell’impervio passo di Viamaggio.

Cicognaia, 24 marzo 1967 (© Foto Amedeo Montemaggi)


Era prete in quella sede quando lo incontrai per la prima volta nel 1967. Aveva un abito talare tradizionale, preconciliare, scuro e pesante, come del resto tutti i sacerdoti meno giovani della zona: in estate era molto accaldato e si detergeva spesso la fronte dal sudore. Non era noto al di fuori della sua diocesi: si sapeva che era un erudito ma non aveva mai pubblicato nulla di importante. Fu presentato nel febbraio del 1967 a mio padre da Danilo Laurenti e Franco Ciavattini, sindaco e vicesindaco di Badia Tedalda.

Il sindaco di Badia Tedalda Danilo Laurenti, don Potito, il presidente della Camera dei Deputati Brunetto Bucciarelli Ducci a Ca’ Raffaello al ristorante Zaira, 21 aprile 1968 (© Foto Amedeo Montemaggi)

Qualche mese dopo andammo a Ca’ Raffaello, località sulla Marecchiese dove don Amedeo saggiamente aveva trasferito la sede della parrocchia. L’intesa fu immediata: la sua estrema competenza sulla storia dell’Alta Valmarecchia era palese. Certamente si era abituato e fors’anche affezionato alla zona nei 26 anni lì trascorsi, e pareva che conoscesse non solo ogni angolo ma anche la storia di ogni manufatto del territorio. Della vicenda che portò poi alla preparazione di un libro “Valmarecchia ritrovata” che non fu mai edito, ne ho già fatto menzione in precedenza : qui basti ricordare che doveva essere un volume con i testi di Don Potito e le immagini di mio padre.

Per me divenne una presenza costante: giravamo per la valle, in ogni singola frazione, molto spesso tanto addirittura da trascorrere una vacanza estiva di dieci giorni nella sua canonica; mentre mia mamma guidava e mio babbo fotografava, Don Amedeo, seduto con me nel sedile posteriore, mi intratteneva frequentemente con episodi ed aneddoti che colpivano immediatamente la mia infantile curiosità.

Dal castello di Montevecchio don Potito indica all’autore e alla madre Edda la posizione di Cicognaia dall’altra parte del Marecchia, 22 agosto 1967 (© Foto Amedeo Montemaggi)


Aveva tanta autorità ai miei occhi che ogni fatto che narrava era per me indubitabile: una forma di ipse dixit che mi permetteva di spacciare con sicumera agli amici i suoi racconti. Di molti di essi conservo tuttora un ricordo preciso: il ballo del prete nudo a Maiolo nel 1700 che avrebbe causato la frana che distrusse il paese oppure la casa del diavolo che sarebbe stata ubicata vicino a Gattara erano storielle troppo vivide perché un bambino non ne restasse impressionato. E ancora, ogni volta che per ventura passo per quei luoghi, non posso fare a meno di rammentare Don Potito e i suoi racconti.

Due furono però gli episodi più forti che mi colpirono. La prima che mi narrò riguardava la notissima storia (ma non per me a quell’epoca quando appena cominciavo a scrivere) del conte Ugolino: l’essere rinchiusi in una torre, in una prigione, senza cibo mi terrorizzò per infinite notti.

L’altro più ameno, e più adatto alla mia età, era la storia del mago Gambetti e della sua abitazione di Monterotondo, un “palazzotto” ora cadente ma in quel tempo non ancora fatiscente. Già la parola mago, richiamando il più famoso Merlino, incuteva il duplice stato di meraviglia e di paura: un signore che compie incantesimi e che può essere o buono o cattivo poteva solo essere di estremo interesse. Quello però che aggiungeva un pizzico in più di curiosità era l’esistenza di un fantomatico tesoro sepolto nella cappella della magione, a dire di qualche millantatore, figura sempre creduta quando si tratta di favoleggiare ricchezze. Per me, cresciuto a pane e “Isola del tesoro” da mio babbo, si trattava di qualcosa di straordinario. In effetti la cappella era devastata da scavi abusivi di tombaroli improvvisati e si vedeva ancora qualche osso. Anche io subivo il fascino del mito, chiedevo inutilmente se c’era una mappa, se il mago aveva lasciato qualche indizio; Don Potito scuoteva la testa, raziocinante in un mondo di folli: era solo una fantasia mi ripeteva. Ma il dubbio mi è sempre rimasto.

Il “palazzotto del mago” Nicola Gambetti a Monterotondo il 22 agosto 1967 (© Foto Amedeo Montemaggi)


Di un altro tesoro, ancora più antico, si parlava nella valle, quello di Cagliostro, leggenda ancora più nota perché il nome del defunto era più famoso: eppure non aveva lo stesso fascino, mi sembrava troppo strano che dopo due secoli ancora nessuno l’avesse scovato; invece Gambetti era morto solo 45 anni prima e quindi perché non potevo essere io a scoprire quel favoloso gruzzolo che il mago si era certamente guadagnato durante la sua vita di guaritore? Ma non lo trovai nemmeno io, purtroppo!
Ricordo ancora l’erudito sacerdote mentre leggeva con tale facilità e rapidità il latino e il volgare medievale nelle pergamene come fosse l’italiano moderno in libri stampati che pensavo a volte tirasse ad indovinare. Andava spesso a Roma per le sue ricerche: partiva con cartelle vuote e tornava con le stesse erano riempite di fogli.

Dalla disavventura di “Valmarecchia ritrovata” mai pubblicato Don Potito prese coscienza della propria erudizione: dal 1971 scrisse un notevolissimo numero di libri di storia della Valmarecchia e anche di Rimini e morì nel 1992.

La mia memoria torna ancora spesso a lui e in particolare a quel suo intercalare “nevvero?” con cui infarciva le narrazioni; non potevo però credere che fosse pugliese e quando menzionava la sua città natale pensavo si trattasse di una colonia toscana, sebbene sapessi che era in Puglia.

Gli chiesi più volte il perché fosse diventato parroco nella remota frazione di Cicognaia, e ogni volta la sua risposta era un sorriso enigmatico. La curiosità mi restò sempre.

Ariminum, novembre dicembre 2024