Quando il Santarcangiolese “cantava l’inconfessabile”: nel 1950 partecipò al “Premio letterario Cattolica”, vinto da Giovanni Mei e da Pier Paolo Pasolini

Ricorre il prossimo 21 marzo il secondo anniversario della scomparsa di Tonino Guerra, troppo noto a chiunque per dover ricordare la sua opera nella cinematografia e nella letteratura.

Nella sua luminosa carriera, Guerra è riuscito a inserire la letteratura nel cinema e non pochi capolavori pluripremiati, tra tutti Amarcord, contengono vere perle della sua poesia.

Il santarcangiolese era anche un grande affabulatore e conversatore, con idee forti e decise. Mi sia consentito un ricordo personale: nel 1996 organizzai insieme a mia moglie Barbara, all’amico Lorenzo Valenti, attuale sindaco di Pennabilli, e il Comune di Rimini, un incontro nella villa del poeta con un gruppo di addetti alla reception di hotel della Riviera. Avevo constatato infatti che la gran parte di loro non conosceva nient’altro che la costa: Verucchio era l’unico paese dell’entroterra visitato.

Convinto che la Valmarecchia fosse una grandissima risorsa culturale complementare al mare e che il ruolo di tali operatori fosse cruciale per orientare i clienti, avevo chiesto allora a Tonino Guerra che spiegasse il valore della vallata. L’incontro fu memorabile: ci trattenne per ore che trascorsero nello spazio di pochi secondi, come solo lui sapeva fare, lasciandoci ricordi indelebili e di rara efficacia sulla memoria storica e sul valore della bellezza che lui riteneva si concentrasse proprio sulle rive del Marecchia.

Tonino Guerra a Pennabilli nel 2011
(di Pietro Luca Cassarino – Opera propria, CC BY-SA 4.0)

Guerra non ha mai nascosto il fascino che le parole hanno sempre esercitato su di lui e spesso raccontava come lo stesso lungo periodo di prigionia in Germania fosse stato sopportato anche dai suoi compagni grazie alla immaginazione e ai componimenti di altri scrittori, primo fra tutti Olindo Guerrini.

L’efficacia quasi oppiacea delle liriche lo spinsero a comporre dei versi capaci di raffigurare ed eternare questi sentimenti che il tragico momento e la nostalgia gli ispiravano, tanto che poco dopo il suo ritorno in Italia, li pubblicò in un libro chiamato I scarabòcc, opera che ebbe fortuna e lo spinse a proseguire in questo cammino. Un episodio poco noto, avvenuto nei primi tempi della sua vita artistica, gli fece intuire le possibilità della sua vena feconda e gli diede forse quello stimolo a ricercare nuove strade per affermare le proprie capacità, portandolo a Roma dove poi la fortuna gli arrise.

In piena guerra fredda, e quindi nell’ambito di una feroce contrapposizione ideologica, il Partito Comunista tentava, soprattutto nelle regioni dove la sua influenza era maggiore, di costruirsi un’identità culturale dando particolare spazio a quei fermenti innovativi che provenivano dalle forze popolari, e in ciò ben si adattava la poesia dialettale, snobbata dalla letteratura ufficiale.

Il Comune di Cattolica in quest’ottica organizzò nel 1950 il “Premio letterario Cattolica”, con una dotazione significativa: il primo classificato avrebbe infatti ricevuto £. 150.000, ed il secondo £. 50.000. Era previsto un terzo premio speciale di £. 30.000 denominato “Emilia” riservato ad un poeta emiliano o romagnolo.

Faceva parte della giuria Eduardo De Filippo mentre presidente era il famoso critico letterario Luigi Russo: si trattava perciò di autorevoli esponenti del mondo letterario che, soprattutto nel caso del commediografo napoletano, non disprezzavano l’uso della lingua popolare allora molto più diffusa di quella nazionale.

Russo, che si era candidato come indipendente nelle liste del Partito Comunista nelle elezioni del 1948, era anche direttore della autorevole rivista letteraria “Belfagor” ed aveva una solida fama di grande polemista e spirito libero.

Egli, auspicando che Cattolica istituisse una fondazione per gli studi dialettali, così motivò la sua partecipazione e l’assegnazione dei premi: «La nuova letteratura si distacca nettamente da quella letteratura postermetica estenuatasi in esperienze puramente formalistiche. Implicitamente la commissione pensa che non è più legittima la distinzione fra letteratura nazionale e letteratura dialettale. Del resto questo è il giudizio che prevale negli studi critici da 50 anni a questa parte. Perciò questo concorso di poesia dialettale, a cui hanno partecipato poeti di tutte le regioni d’Italia, è una buona promessa per arricchimento della lingua poetica nazionale…».

Russo decise di assegnare il primo premio a Giovanni Mei per la poesia “Pizzinnu mutiladu” e il secondo addirittura a Pier Paolo Pasolini, allora in disgrazia ed appena espulso dal Partito Comunista perché erano emerse le prime notizie sulla sua omosessualità. Questo fatto gli aveva anche procurato gravi difficoltà economiche, in quanto gli era stato revocato l’incarico di insegnante: la concessione del premio in denaro sarebbe stata quindi preziosissima per il futuro regista friulano.

Il premio “Emilia” fu invece attribuito ad Antonio Guerra, per le poesie “Prèst arivarà la primavèra” e “La lèttra”, pubblicate nel libro La sciuptèda, con la seguente motivazione, che Eduardo De Filippo si incaricò di divulgare cogliendovi l’essenza poetica: «Mi pare che il Guerra abbia scoperto un’intimità universale con dei mezzi semplicissimi, con delle parole semplici, vere: ecco perché esse fanno paura. Ha cantato l’inconfessabile: ecco perché la sua poesia è universale. Quante mogli e quante madri hanno ricevuto lettere così!».

La prima lirica esprime un auspicio nel futuro che bene si intonava con l’aspettativa di una profonda rivoluzione che avrebbe cambiato i miseri destini dei poveri; la seconda composizione sembra quasi prosa nel voler raccontare, con quel linguaggio piano, il disagio di chi è lontano dagli affetti più cari.

Appare singolare come la giuria guidata da Luigi Russo abbia premiato letterariamente due personaggi che avrebbero avuto una parte capitale nella storia del cinema italiano; inoltre la vicenda fu probabilmente l’occasione di un’amicizia tra Guerra e Pasolini il quale, rifugiatosi a Roma fin dal 1950, parlò del poeta santarcangiolese nell’introduzione del libro Poesia dialettale del Novecento, uscito nel 1952: l’anno dopo Guerra iniziò nella Capitale l’avventura che lo portò alla fama internazionale.

da: T.Guerra, La sciupteda, Faenza, Tip. F. Lli Lega, 1950

Ariminum, gennaio febbraio 2014