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Dagli atti emerge che le acquisizioni immobiliari negli anni trenta da parte di Rachele Guidi sul litorale riccionese furono caratterizzate da pressioni poliziesche e soprusi

La recente decisione della Fondazione Cassa di Risparmio di Rimini di porre in vendita la villa sull’attuale Viale Milano appartenuta, fra gli altri, alla famiglia Mussolini, ha richiamato l’attenzione sulle vicende del fabbricato. Senza entrare nel merito della querelle sulla intitolazione del complesso, ci pare però più importante sottolineare e onestamente riconoscere che gli storici e la magistratura hanno stabilito che l’acquisizione da parte della famiglia Mussolini degli immobili preesistenti fu condotta con particolare determinazione, forzando con minacce la volontà dei recalcitranti proprietari. Questa rivista si è già occupata in passato della storia di tali edifici con un dettagliato e preciso articolo di Alessandro Giovanardi nel 2007¹; altri storici hanno esaminato le modalità di acquisizione del tutto peculiari per non dire vessatorie: si ricordano fra essi in particolare Mauro Canali² e Antonio Mazzoni e Lidia Maggioli³.

Pare opportuno integrare perciò quello che è già noto con alcune informazioni che derivano dall’Archivio Centrale dello Stato di Roma (in seguito ACS), dove un fascicolo⁴, misteriosamente “disordinato”, si occupa dei beni della famiglia Mussolini che dovevano essere confiscati o restituiti in quanto acquisiti con mezzi di dubbia provenienza o con profitti legati all’attività del duce. I documenti conservati e le risultanze giudiziarie del dopoguerra permettono di ricostruire le modalità di acquisizione della residenza estiva di Riccione da parte di Rachele Guidi, moglie di Benito Mussolini, sviluppatasi attraverso una serie di operazioni immobiliari e interventi amministrativi attuati tra il 1934 e il 1940.

Il nucleo centrale della proprietà apparteneva ai coniugi Giulia Galli e Armando Bernabei. La famiglia Mussolini occupò l’immobile in affitto a partire dal 1933, ma i proprietari dichiararono in sede giudiziaria che per i primi due anni non fu corrisposto alcun canone.

Nel 1934, Rachele Mussolini decise di acquistare la villa. Di fronte alla resistenza dei Bernabei, che non intendevano vendere la propria abitazione, intervennero il podestà di Riccione, Frangiotto Pullè, ed emissari della famiglia. Secondo le fonti dell’epoca, i proprietari subirono intimidazioni legate alla loro nota posizione di avversari del regime come militanti socialisti (Giulia Galli fu poi sindaca di Riccione per il PSI dal 1° maggio 1949 al 15 giugno 1951), incluse minacce di assegnazione al confino politico per Armando Bernabei. Nei capitoli di prova richiesti nell’atto di citazione formulato da Giulia Galli nel dopoguerra, presente tra gli atti dell’ACS, sono elencati anche i burrascosi rapporti con Rachele Guidi. L’atto di compravendita fu stipulato il 2 luglio 1934 davanti al notaio Zambelli per 170.000 lire, comprensive di terreno e arredi, a fronte di un valore reale stimato dalla Galli in oltre 600.000 lire.

Nel 1939, la famiglia Mussolini pianificò l’ampliamento della proprietà per la creazione di un campo da tennis. L’area individuata era situata sul retro della villa, dove sorgeva la Pensione Margherita, un edificio di 64 stanze con dépendance, anch’essa di proprietà dei Bernabei. In questa fase, l’operazione di acquisizione fu delegata direttamente al Comune di Riccione, sotto la direzione del Podestà Pullè.

L’edificio fu acquistato dal Comune “a muri vuoti” e immediatamente demolito per far posto alle attrezzature sportive. Contemporaneamente, Rachele Mussolini acquistò in proprio l’intero arredamento della pensione, comprensivo di mobili per 45 camere, biancheria e attrezzature da cucina, imponendo il prezzo di 15.000 lire.

Nel 1940, il Comune di Riccione avviò l’acquisizione sistematica di terreni confinanti, ufficialmente giustificata da un “piano regolatore di risanamento del centro a mare” finanziato dal Ministero dell’Interno. Tuttavia, gli atti processuali conservati nell’ACS indicano che l’operazione mirava a isolare e proteggere la residenza del Capo del Governo.

I proprietari delle aree interessate (famiglie Marchi, Rinaldi, Raggi, Fano) ricevettero ordinanze di demolizione d’urgenza e furono convocati presso la Questura di Bologna attraverso agenti di polizia. Qui l’Ispettore Generale Giuseppe D’Andrea⁵ — responsabile della potente e temuta polizia politica, cosiddetta OVRA, nella “Seconda Zona” che, con sede a Bologna, copriva Emilia-Romagna, Toscana e Marche — esercitò pressioni dirette, intimidendo con una forte violenza morale i contraenti per indurli a cedere i loro immobili al Comune di Riccione, che li avrebbe poi trasferiti a Rachele Guidi.

I giudici del dopoguerra stabilirono che l’intervento di D’Andrea non era finalizzato a scopi istituzionali, ma a coartare la volontà privata per fini personali della famiglia del Duce. Il timore generato dalla sua autorità e dal clima politico dell’epoca era considerato tale da «vincere la resistenza di ogni uomo anche di costante carattere».

D’Andrea intervenne con modalità analoghe anche nei confronti di Maria Tegoni (vedova Gaudenzi) e di altri proprietari (come le famiglie Marchi, Rinaldi, Raggi e Fano), agendo per far apparire come “spontanee” delle cessioni che erano in realtà frutto di coercizione. Il tribunale di Bologna infatti, nella sentenza del 3 febbraio 1954 affermò fra l’altro: «Che infine la violenza sia stata la causa determinante del consenso formale della Tegoni consegue da quanto premesso circa la sua riluttanza a vendere, ed è ampiamente confermato da più testi: basti la sovria [sic] deposizione del Maresciallo Scotti, allora in servizio presso l’Ovra di Bologna: “La Gaudenzi fu chiamata dal D’Andrea presso la Questura di Bologna, ed ivi fu persuasa a cedere la sua proprietà… Il D’Andrea mi disse che la maggior parte dei chiamati era stata convinta a non resistere… Il D’Andrea mi disse che avrebbe fatto in modo che l’atto di cessione da parte della Gaudenzi e degli altri sembrasse spontaneo”».

I lavori di trasformazione e costruzione del nuovo compendio furono affidati all’ingegnere Dario Pater, responsabile della ditta “Pater-Costruzioni Edili Speciali” di Milano e titolare del brevetto di un sistema di costruzione prefabbricata in legno e del “populit” (trucioli di legno e cemento). Pater era noto per aver costruito dimore per vari gerarchi, tra cui Achille Starace, il segretario del partito fascista e addirittura la “Villa Securitas” nella quale il proprietario Arturo Bocchini, il potentissimo capo della polizia, ricevette Heinrich Himmler, il comandante delle SS.

Sull’area complessiva, che aveva raggiunto un’estensione di circa 7.927 mq, furono erette diverse strutture: una nuova residenza disposta su due piani per complessivi 30 vani, un fabbricato di raccordo e servizio di 14 vani, un arcone in muratura per l’ingresso, completo di portineria e spogliatoio per il campo da tennis, un’autorimessa, una lavanderia e un alloggio per il personale di servizio, un rifugio antiaereo e la sistemazione completa del parco e del giardino.

Nell’ottobre 1941, Pater dichiarò di aver ricevuto per i lavori eseguiti a Riccione e in altre proprietà della famiglia (Roma e Predappio) la somma di 380.000 lire, a cui si aggiunsero successivamente altre 120.000 lire per un totale di 500.000 lire.

Con quali fondi Rachele Guidi pagò la somma? C’è una testimonianza di Enzino Galavotti, per la verità tutta da verificare, riportata da Giancarlo D’Orazio, che trascorse l’infanzia con i figli di Mussolini a Riccione. L’episodio dimostrerebbe, secondo lo stesso D’Orazio, «in tema di affari e di soldi, l’ingenuità e la generosità di Mussolini e il proverbiale naso delle arzdore romagnole, nella fattispecie di Donna Rachele» quando in verità si tratta, più che di “naso” affaristico, di un discutibile comportamento.

«A quel tempo Mussolini scriveva articoli giornalistici per la rivista americana “Fortune” dell’editore Luce, (la moglie dell’editore, la signora Clara Luce, divenne poi ambasciatrice degli Stati Uniti in Italia) e Donna Rachele attendeva con ansia l’arrivo dei corrispettivi per gli articoli scritti dal marito. Durante il soggiorno estivo a Riccione arrivò dall’editore Luce un assegno, credo, di 400.000 lire. Alla presenza di Donna Rachele, Mussolini dà l’assegno al segretario, con l’ordine di versarlo nelle casse dell’Opera Nazionale Balilla. Donna Rachele segue il segretario, si fa consegnare l’assegno dicendo che ci avrebbe pensato lei, acquista la Villa Margherita della signora Bernabei e il resto lo consegna personalmente al Presidente dell’Opera Nazionale Balilla. Furbescamente si fa rilasciare dallo stesso Presidente una lunga lettera di ringraziamenti nella quale non fa citare l’entità della somma versata, ma frasi di gratitudine per il generoso gesto. Donna Rachele mostra poi a Mussolini la lettera di ringraziamento del Presidente dell’O.N.B. Il Duce soddisfatto non seppe mai di aver pagato con i suoi soldi la villa di Riccione, ma credette di averla avuta quale regalo dei Riccionesi»⁶.

In verità c’era il sospetto da parte di esponenti fascisti che Rachele utilizzasse disinvoltamente fondi de «Il Popolo d’Italia», come stigmatizzava il suo amministratore Giulio Barella⁷.

Dario Pater aveva una grande e perniciosa influenza su Donna Rachele, come lamentava il genero Galeazzo Ciano e riportava pure Bottai, ma aveva come nemica Claretta Petacci. Pochi mesi dopo l’ultimazione dei lavori, nell’agosto 1941, Pater, accusato dall’OVRA fin dal novembre 1940 di speculazioni abnormi (si faceva pagare per ciascuna casa dallo «Stato 90 mila lire, mentre il valore reale si aggirava su una media di lire 40 mila circa») fu allontanato da Roma e diffidato formalmente dal mettere piede in Romagna o dall’avvicinare qualsiasi membro della famiglia Mussolini, con la minaccia del confino in caso di inadempienza. La polizia eseguì perquisizioni nei suoi uffici e nella sua abitazione, sequestrando documenti e fotografie relativi ai rapporti con i familiari del Capo del Governo.


LE LEGGI RAZZIALI E IL CASO DI NISSIM MATATIA

L’episodio forse più odioso della vicenda è l’acquisizione del 1940 la proprietà di Nissim Matatia, un commerciante di religione ebraica che possedeva una villa con terreno di 288 mq adiacente alla residenza Mussolini.

La storia è stata ricostruita dal discendente Roberto Matatia (R. Matatia, I vicini scomodi, Faenza, Giuntina, 2014). A seguito della legislazione antiebraica, Matatia fu considerato un “vicino inaccettabile” per il Capo del Governo. Matatia venne sottoposto a lunghi interrogatori nella Questura di Bologna da parte di funzionari, che tentarono di imporgli la vendita della proprietà, sia adducendo motivi di ordine pubblico, per essere lo stabile vicino alla Villa Mussolini, sia con la minaccia di gravi rappresaglie personali e patrimoniali. Giuseppe D’Andrea ispettore generale di polizia dirigente dell’OVRA, convocò ripetutamente il mandatario di Matatia, Remo Brunini, presso la Questura di Bologna, ponendo l’ultimatum di acconsentire alla vendita «espressamente voluta dal Capo del Governo» o affrontare il confino politico e rappresaglie familiari. Davanti a tali pressioni e al provvedimento di espulsione dall’Italia che colpì Matatia in quanto ebreo straniero, la proprietà fu ceduta al Comune l’8 giugno 1940 per 14.400 lire. Nell’atto di vendita non venne fatta menzione della villa esistente, che fu successivamente demolita. Tutti i Matatia furono poi deportati in Germania e sopravvisse solo uno della loro famiglia.

Nel dopoguerra il tentativo del Matatia superstite di recuperare quanto ingiustamente perduto fu contrastato sia dal Comune di Riccione sia dalla Società Alberghiera Italo-svizzera, il cui amministratore delegato era l’ex podestà Frangiotto Pullè, ma la magistratura diede ragione ai Matatia. Nella sentenza della Corte di Appello di Bologna del 3 dicembre 1953 che accolse la richiesta di Matatia si afferma quanto segue: «il dott. D’Andrea, ispettore generale di P.S. e capo regionale della Polizia politica (Ovra) per l’Emilia, per ordine ricevuto dagli organi centrali del Ministero Interni, mandò a chiamare più volte il Matatia Nissim nella Questura di Bologna e tentò di indurlo con minacce di rappresaglie nei confronti suoi e dei suoi famigliari a cedere la proprietà di Riccione, che era posta nelle vicinanze della villa Mussolini, e di cui il Comune intendeva servirsi per la costruzione di un albergo destinato alla squadra di polizia, che sorvegliava la persona del Capo del Governo, e ad ospiti di riguardo. Il Matatia resistette alle minacce ma, per l’aggravarsi della campagna antiebraica, fu tratto in arresto. Dal carcere di S. Giovanni in Monte in Bologna egli nominò il Brunini suo mandatario generale e nei riguardi di costui si rinnovarono le intimidazioni e le minacce del D’Andrea, che giunse a dichiarargli che egli sarebbe stato sottoposto alle sanzioni del ritiro della tessera fascista e del confino politico, se non avesse sceso a vendere al Comune di Riccione la proprietà del Matatia. Il Brunini rimase gravemente impressionato dalle minacce, che era facile intendere avrebbero rovinato la sua vita di professionista, se fossero state attuate, e dopo qualche esitazione, conscio del pericolo che gli incombeva, addivenne al contratto dell’8 giugno 1940».

Dopo due giorni Mussolini prese la fatale e disastrosa decisione di entrare in guerra.


Note

  1. A. Giovanardi, Villa Mussolini, «Ariminum», novembre dicembre 2007, pp. 10-15
  2. M. Canali, Mussolini e i ladri di regime, Mondadori, Milano, 2019, pp. 194-201
  3. L. Maggioli, A. Mazzoni, Spiagge di lusso, Panozzo, Rimini, 2016, pp. 58-60
  4. Tutta la documentazione citata è tratta dalla busta 27 “Ministero delle Finanze, Profitti di regime” fasc. “Confisca Mussolini – Beni in Riccione” presso l’Archivio Centrale dello Stato a Roma
  5. Per maggiori informazioni su Giuseppe D’Andrea si veda A. Montemaggi, Le notti brave dei figli del duce, «Ariminum», gennaio febbraio 2023, p. 26, https://montemaggi.it/le-notti-brave-dei-figli-del-duce/
  6. «Ariminum» gennaio febbraio 1997, p. 16 da G. D’Orazio, Era ieri, edito da Il Ponte nel novembre del 1993.
  7. M. Canali, cit. p. 201.